giovedì 31 dicembre 2015

Pensieri






Dedicata a mio figlio che oggi avrebbe avuto 10 anni.Papà ti porta sempre dentro al cuore.

venerdì 16 ottobre 2015

domenica 2 agosto 2015

Haiku







Vedo soltanto
trombe d'aria di luce -
stese sul mare.


Andrea De Candia

Cinema







Uno dei migliori film del regista siciliano.Sceneggiatura perfetta,cast stellare con un Geoffrey Rush in stato di grazia,regia misurata e sapiente,uno dei migliori film visti di recente.La storia.
Virgil Oldmann è un sessantenne antiquario e battitore d'aste di elevata professionalità. Conduce una vita tanto lussuosa quanto solitaria. Non ha mai avuto una donna al suo fianco e tutta la sua passione è rivolta all'arte. Fino a quando riceve un incarico telefonico da Claire, giovane erede di una ricca famiglia. La ragazza, che vuole venga fatta una valutazione degli oggetti preziosi che arredano la sua villa e di cui vuole liberarsi, non si presenta mai agli appuntamenti. Virgil viene così attratto da questa committente nascosta fino al punto di scoprire il suo segreto. Intanto, nel corso dei sopralluoghi, trova nei sotterranei dell'abitazione parti di un meccanismo che si rivela essere di produzione molto antica.
Jacques de Vaucanson è il primo artista a cui viene riconosciuta la realizzazione di un automa meccanico perfettamente funzionante. È il riferimento alla sua creatività che costituisce lo scheletro di questo film di Giuseppe Tornatore che si presenta al contempo come fruibile da un vasto pubblico e come forse il più teorico tra tutti quelli girati dal regista. Innanzitutto fornisce la prova, semmai ce ne fosse stato bisogno, che Tornatore riesce a mostrare tutte le sue doti di sceneggiatore e di regista in misura tanto maggiore quanto più riesce ad uscire dalla gabbia (autoimposta) della sicilianità. Il rigore narrativo (forse perché liberato dai lacci dei rimandi alla Storia e alla cronaca) prende il sopravvento sul rischio, spesso in agguato nel suo cinema, dell'enfasi e della sovrabbondanza. Ne La migliore offerta (se si eccettua una parte finale che avrebbe guadagnato da un minor numero di 'spiegazioni' che lo spettatore avrebbe potuto elaborare in proprio) il meccanismo funziona. Il termine non viene usato a caso. Perché apparentemente Tornatore ci racconta una storia d'amore in cui il celarsi diviene stimolo segreto alla scoperta e nella quale, per gran parte del tempo, un uomo che ha fatto della vista e del tatto il fulcro del proprio esistere misantropico e (solo apparentemente) misogino si trova costretto a doversi affidare esclusivamente all'udito. Scoprirà in progress quanto il percorso sia faticoso e non privo di rischi così come l'individuare sotto uno strato di scorie accumulate nel corso del tempo un'opera inizialmente individuata come falsa.
È nel gioco tra la verità e la finzione tra ciò che appare (o non appare) e ciò che è che si struttura la vicenda ed è su questa base narrativa che Tornatore innesta un interessante intervento di teorizzazione. Così come, pezzo dopo pezzo, si giunge a ricostruire l'antico automa, così accade per il discorso filmico che il regista articola liberando dalla ruggine gli ingranaggi ormai sperimentati dai maestri del cinema ma sempre in grado di offrire esiti inattesi. L'essenziale, sembra volerci dire, è saperne valutare la giusta collocazione rinviandone, come fa Claire con il proprio aspetto, la rivelazione complessiva. In fondo fare cinema è simile al relazionarsi a una donna. Come afferma l'assistente di Virgil: "Vivere con una donna è come partecipare ad un'asta. Non sai mai se la tua è l'offerta migliore". Se non la migliore quella di Tornatore è senz'altro, in questo caso, un'offerta molto interessante.


Giancarlo Zappoli

Canzoni


Fotografia







Fotografia di Roberto Alessandrini

Cinema







George Lucas rimedia abilmente a tutti gli errori commessi con La minaccia Fantasma, cedendo alla passione per il racconto e immergendoci totalmente nella storia e nei suoi temi universali (il senso della vita, le ambizioni, l'amore, il dolore, la rabbia, la morte). Meno comicità slapstick quindi (Jar Jar Binks viene piuttosto emarginato, dimostrazione che lo zoccolo più duro del fandom conta qualcosa). Pur essendo l'episodio in cui gli effetti speciali raggiungono il loro apice, è il racconto a prevalere, il regista ritrova quel suo istinto di narratore che aveva un po' perso per strada. Star Wars L'attacco dei Cloni dimostra di possedere una prosa epica e romantica degna del Boccaccio cavalleresco, è la quintessenza delle Chanson de Geste, con cavalieri, principesse, creature da sconfiggere, mondi minacciati, cattivi avidi e spietati, tutti predominati da fondamentali tematiche. George Lucas è un Boccaccio moderno col respiro di un romanziere ottocentesco, il cui sguardo colpisce per freschezza, malinconia, epicità e maestosità. Da antologia la battaglia finale, visivamente spettacolare e stupefacente, preceduta da uno scontro-esecuzione tra prigionieri e creature affascinanti girato in modo magistrale. Godibile l'inseguimento iniziale sopra gli edifici di una notturna Coruscant. Per i fan della saga sarà sicuramente un'emozione impagabile vedere Yoda finalmente in azione, impegnato in un duello memorabile e chic contro il conte Dooku, cattivo elegante e raffinato interpretato da un imperioso Christopher Lee. Degni di nota anche il personaggio Jango Fett, padre di uno dei beniamini dei fan, Boba, e l'ammirevole Jedi Mace Windu, interpretato da Samuel L. Jackson, munito di una singolare spada laser viola. Sempre numerose le citazioni (fenomenale la battuta di Obi Wan ad Anakin: “Non so perché ma sento che tu sarai la mia fine”) e le fugaci apparizioni (Anthony Daniels, interprete del droide C-3PO, in carne ed ossa). Lucas continua a farci sognare, a raccontare e a mostrarci il suo universo infinito. Magnifico il nuovo tema Across The Stars di John Williams, ma l'intera colonna sonora rimane una sinfonia perfetta. Un capolavoro L'Attacco dei Cloni, formidabile, che ripaga i fan della delusione dell'episodio precedente e in tempi di Harry Potter e di Il Signore degli Anelli non è poco. Per sempre nel cuore.



Il Predicatore

Cinema







Prima di Avatar e di Inception, prima de Il signore degli anelli e di Harry Potter c'erano una volta, in una galassia lontana lontana, i cavalieri Jedi, la regina Amidala e il misterioso Sith.
Le Guerre stellari, nate dal multiforme ingegno di George Lucas, sono venute alla luce nel 1977 e da allora il mondo del cinema di fantascienza è cambiato. Pietra miliare di un genere che è stato copiato, emulato, storpiato, il film ha avuto due sequel (L'impero colpisce ancora, 1980, e Il ritorno dello Jedi 1983,) e tre prequel, prodotti e realizzati diciassette anni più tardi.
Episodio l - La minaccia fantasma è il quarto in ordine cronologico, ma l'inizio dell'intera saga. Bastano le poche, semplici e riconoscibili note musicali che accompagnano l'immagine di un universo buio a catapultare lo spettatore nel vero universo creato da Lucas. Le guerre stellari del prologo si preannunciano spettacolari ed indimenticabili, in un futuro fantascientifico dove tutto è coinvolgente e, insieme, paradossale. La Federazione dei Mercanti ha messo in crisi l'intera Repubblica, contraria alla tassazione sulle rotte commerciali. Il maestro Jedi Qui-Gon Jinn e il suo allievo Obi-Wan Kenobi vengono mandati a negoziare con i mercanti, per ristabilire la pace. Ma li attende una trappola, così i due fuggono e cercano di mettersi in salvo sul pianeta Naboo. I Jedi convincono la regina a scappare con loro, il pianeta è sotto assedio e la nave su cui stanno volando si guasta. Per questo fanno scalo sul piccolo mondo di Tatooine, dove incontrano il giovane Anakin Skywlaker, che si rivelerà essere il prescelto, ovvero colui che troverà l'equilibrio nella forza.
Potenziato dal 3D e da un audio che lascia impressionati, il film diventa un'esperienza cinematografica diretta, che coinvolge soprattutto i sensi della vista e dell'udito, un'avventura nello spazio degna dei migliori parchi a tema sul genere. Per grandi e per piccini, e per chi è un vero e proprio neofita della serie, questo film è un prodotto sensazionale, ricco di soluzioni visive ed effetti speciali degni di nota (la sequenza della corsa degli sgusci ne è un esempio). E tale deve restare. Perchè chi ha visto e amato la saga precedente farà sicuramente un confronto. E non c'è paragone con i personaggi di Ian Solo, di Luke Skywalker e della principessa Leila.
Non c'è paragone con il ritmo della storia e con la solidità dell'impronta autoriale. In questo caso, gli attori sono bravi (soprattutto la Portman pre-Oscar), ma la sceneggiatura non rende loro giustizia. La vicenda prosegue in modo prevedibile e non lascia traccia di nuove lezioni di cinema. Consapevoli che non siamo davanti ad un film intimista, volto a scavare nell'animo umano, ci arrendiamo all'evidenza: qui si tratta di spade laser, di navi spaziali, della "forza" che ha bisogno dei suoi cavalieri e di un'intera galassia che deve lottare per la pace.
Siamo di fronte ad una saga che ha fatto storia e che, se anche meno geniale della precedente stagione, ha comunque il suo essere in tutti i fan conquistati nel mondo. Perché ogni film può raccontare una guerra spaziale, ma solo uno è Guerre stellari.



Roberta Montella

Libri








Sono i protagonisti di Destra estrema e criminale: diciassette personaggi uniti dall’ideologia di destra, dal rifiuto dei valori borghesi e da un filo ininterrotto di sangue che attraversa trent’anni di storia contemporanea. Una storia che si porta dietro il peso di generazioni sospese tra la forza degli ideali e l’ombra delle stragi, in un Paese che ha visto nascere, uccidere e morire sigle destinate a marchiare con il piombo una stagione vissuta nel nome della violenza e nella speranza di un’illusoria rivoluzione. Da Stefano Delle Chiaie a Franco Freda, da Mario Tuti a Pierluigi Concutelli, passando per Francesca Mambro e i fratelli Fioravanti fino ai caduti dei NAR e ai giovani di Terza Posizione, Destra estrema e criminale ricostruisce senza pregiudizi un’avventura umana e politica fatta di spranghe e revolver, fughe disperate e interminabili detenzioni, servizi segreti deviati e micidiali attentati. Incontrati di persona o raccontati attraverso le testimonianze raccolte dalla viva voce dei parenti, degli amici, dei giudici e dei poliziotti, i “cattivi maestri” della destra radicale italiana sfilano tra le pagine di un libro che non ha paura di fare i conti con il passato.

Pensieri


Cinema







Sulla scia di altre produzioni orientali,Ang Lee,regista di notevole talento,confeziona una storia in linea con la tradizione che vuole coniugare una storia tormentata e infelice con eventi di sicuro impatto spettacolare.Il regista infatti mescola con maestria sequenze action alla Matrix con la dolcezza e la poesia tipica dei film cinesi.Notevoli gli interpreti,sublime la fotografia,ottima la colonna sonora,un gran bel film.La storia:
1779, Li Mu Bai, grande guerriero e maestro wudang, torna a Pechino dopo alcune settimane di meditazione per informare Shu Lien (un'amica, anche lei maestra di arti marziali) di voler smettere di combattere e di voler regalare la sua spada, la leggendaria e micidiale "Destino Verde" forgiata quattrocento anni prima con un metallo praticamente indistruttibile, al signor Tie, un ricco abitante di Pechino, conoscente del governatore Yu. Shu Lien è dapprima sconcertata dalla decisione di Mu Bai sapendo che egli non ha ancora vendicato il suo vecchio maestro di arti marziali "Gru del Sud", ucciso anni prima da una famigerata assassina, "Volpe di Giada", ma Mu Bai le risponde che ha già trovato pace, perciò non vuole più combattere.

Arrivata alla casa del signor Tie con la preziosa spada, Shu Lien conosce anche Jen (la figlia del governatore Yu) una ragazza vivace ma infelice, ella infatti rivela a Shu Lien di essere in procinto di sposarsi con il rampollo dell'importantissima e ricchissima casata dei Go, ma di non ricambiare la decisione della propria famiglia. Ella è anche abile nell'uso delle arti marziali ed è stata addestrata segretamente da "Volpe di Giada", infatti la notte dopo, mascherata da ladra, entra nella casa del signor Tie e ruba il "Destino Verde". Il primo a dare l'allarme è il maestro Bo, amico di Mu Bai e Shu Lien, quest'ultima ingaggia una lotta contro Jen che però la sconfigge e fugge. Il giorno seguente il maestro Bo contatta un ispettore di polizia chiamato Tsai e la figlia di quest'ultimo, entrambi esperti di arti marziali, per rivelargli di sapere chi ha orchestrato il furto del "Destino Verde", ovvero "Volpe di Giada", e che anni prima gli uccise la moglie; nello stesso momento una piuma appuntita entra dalla finestra della casa di Tsai e vi viene trovato allegato un messaggio dove "Volpe di Giada" dice di volersi incontrare con Tsai, la figlia e il maestro Bo in un luogo chiamato la "Collina Gialla". Arrivati lì, nel combattimento subentrano anche Jen e Mu Bai, che si scontrano, poco dopo "Volpe di Giada" uccide Tsai e poi lei e Jen fuggono.

La sera dopo Jen torna alla casa del signor Tie e rimette il "Destino Verde" al suo posto, però viene sorpresa da Mu Bai, che non la ferma, ma le dice solo che oltre a trovare la pace non combattendo più, vuole anche trovare un degno allievo a cui insegnare l'arte dei maestri wudang e dice a Jen che è lei l'allievo che sta cercando, ma lei rifiuta e torna da "Volpe di Giada".

In quella stessa sera si scopre che l'allieva Jen è di molto superiore a "Volpe di Giada", in quanto non sapendo leggere, non è riuscita a scoprire i segreti dell'arte di Wudang, e così comincia la vita da guerriero errante per la giovane spadaccina, da Shu Lien e dal mestro Li, che ripone in Jen la speranza di avere l'allievo che ha sempre desiderato. Purtroppo per Li Mu Bai il desiderio di vendetta per il proprio maestro approda a un tragico epilogo, perché nonostante Li Mu Bai riesca nel suo intento di uccidere "Volpe di Giada", viene colpito da uno dei dardi avvelenati dell'assassina, che ha tentato di disfarsi della giovane allieva considerata una traditrice.

Neanche la disperata corsa per l'antidoto riesce a salvare il Grande maestro, che muore tra le braccia dell'amata Shu Lien. Poco dopo, Jen raggiunge il monte Wudang dove incontra il suo amante Lo. Dopo una notte di amore con lui, la mattina seguente si reca su di un ponte posto sul monte. Quando viene raggiunta da Lo, Jen chiede a quest'ultimo di esprimere un desiderio, in ottemperanza ad un'antica leggenda. Una volta espresso il desiderio di rimanere con lei nel deserto, Jen si lancia nel vuoto, scomparendo tra le nuvole, lasciando Lo disperato a guardarla svanire.

Libri







Dalle elezioni del '48 a quelle del '94, da De Gasperi a Berlusconi, dal dopoguerra al dopo Tangentopoli passando per la guerra fredda, Gladio, il rapimento Moro, le Brigate Rosse, l'attentato al Papa, il Pci di Berlinguer, il Psi di Craxi, la Guerra del Golfo, il Pentapartito, la Lega Nord e la discesa in campo del Cavaliere. Finalmente resi pubblici, i rapporti confidenziali dei consulenti della Cia e degli ambasciatori americani in Italia svelano sorprendenti retroscena dei principali eventi che hanno formato l'attuale fisionomia socio-politica italiana e testimoniano la costante attenzione rivolta dagli Usa alla politica interna del nostro Paese, considerato territorio strategico e partner potenziale. Ecco quindi il piano con cui la Cia si preparava a gettare l'Italia nella guerra civile, se il fronte delle sinistre avesse vinto le elezioni del '48; la positiva valutazione del compromesso storico fortemente voluto da Moro; la preoccupazione per l'escalation terroristica delle BR. Per arrivare, storia recente, al documento datato 27 gennaio 1994 e intitolato 'Osservatorio elettorale. Berlusconi, l'uomo che vorrebbe essere Re'.Saggio documentatissimo e molto interessante su come ci vedono gli Stati Uniti ed in particolare sull'occhio della CIA.L'Italia appare cosi piccola ma strategica per gli interessi della potenza nordamericana.

Canzoni


lunedì 15 giugno 2015

Cinema







Film proiettato da Rai Storia e purtroppo non visto tutto ma quasi,abbastanza per capire cosa era il cinema che aveva dei riferimenti storici,a fatti veramente accaduti,e che poteva essere definito "politico"perchè mostrava una o più fazioni politiche in lotta.In questo caso si tratta del rapimento dell'ammiraglio Luis Carrero Blanco, delfino del Caudillo Francisco Franco, in cambio del quale verrà chiesta la liberazione di 150 detenuti politici. Ma quando Franco nomina Blanco presidente del consiglio, l'ETA decide che l'ammiraglio deve essere ucciso. Dopo aver scavato un lungo tunnel sotto la strada che il politico percorre ogni giorno in auto, e averlo riempito di esplosivo, lo fanno saltare uccidendo Carrero Blanco.Attori superlativi,in primis Volontè,stile registico documentaristico ed efficace,vedendolo si viene proiettati in una dimensione altra,in un tempo altro,eppure sono passati solo 40 anni non due secoli da quegli avvenimenti,ma sembrano eventi di un'altra epoca,un'epoca buia e triste,fatta di dittatura,di torture,di assenza di libertà,di un clima oppressivo,di terrore palpabile.Grazie a Dio è alle nostre spalle.

Viaggi


Cinema






In un futuro in cui una grande guerra ha distrutto le città e reso necessario un mutamento nell'organizzazione delle società, la razza umana vive divisa in cinque caste la cui appartenenza non si dà per nascita ma per scelta individuale al compimento della maggiore età. I Candidi (sempre sinceri) si occupano di esercitare la legge, i Pacifici (sempre gentili) coltivano la terra per sfamare tutti, gli Eruditi (sempre a conoscenza di tutto) sono insegnanti e ricercatori, gli Abnegati (altruisti) si occupano di governare e infine gli Intrepidi si occupano della protezione. Al momento di compiere un test sulla personalità utile a capire a quale gruppo si è più affini Beatrice Prior risulta Divergent, cioè non affine a nessuna categoria, un risultato rarissimo che la mette in pericolo. L'ordine sociale infatti impone di eliminare quelli come lei poichè la loro stessa esistenza è una minaccia all'ordine così costruito. Celando la sua natura Beatrice sceglie gli Intrepidi e comincia il suo addestramento a una vita di cui non è certa.
Come gran parte della nuova narrativa popolare per ragazze che tracima in sala anche Divergent rimescola le carte di paradigmi di provato successo come la lotta di un'adolescente contro le convenzioni della propria società, l'amore contrastato da nascondere e il cambiamento nella propria vita come metafora della crescita. Tuttavia la maniera in cui Neil Burger sceglie di mettere in immagini il romanzo di Veronica Roth è tra le più scialbe che si siano viste (se si considerano tutti i "primi" film delle grandi serie arrivate al cinema).
Limitandosi a portare in sala la storia, con i suoi alti e bassi come sono descritti nelle pagine di carta, il film di Divergent dimentica di avere anche il dovere di creare una dimensione cinematografica per un racconto che nasce come letteratura. Burger infatti sceglie la più scontata e pigra delle cornici fantascientifiche, sfruttando il setting della storia e ricalcando quanto di più scontato si è fatto nel genere. Divergent però, nonostante apparentemente ne usi figure e scenari tipici, non si può assolutamente qualificare come fantascienza, nella medesima maniera in cui Twilight non poteva essere qualificato come horror (tant'è che Catherine Hardwicke, per il primo film, optò con intelligenza per un look emo di tutta la pellicola dimenticando qualsiasi soluzione dell'orrore). Quella di un futuro distopico è solo una scusa, una quinta messa per dar fascino alla trama e non la struttura di un genere. In Divergent non c'è nulla che renda la fantascienza tale, a cominciare dalla presenza della scienza nella concezione degli artefatti futuri (indistinguibili dalla magia non tanto per quel che fanno ma per la coerenza delle trovate e il rifiuto di darne anche solo una minima descrizione), fino alla necessità di avere un rapporto con la tecnologia (sia di opposizione che di collaborazione). Il racconto di Veronica Roth è una storia d'amore avventurosa, che segue pedissequamente la struttura fissata da Hunger Games, con il suo rito all'inizio, l'affermazione di un'unicità della protagonista pericolosa per l'ordine sociale e la società in cui la classe dei genitori vessa quella degli adolescenti (curiosamente manca la doppia storia d'amore, una delle componenti più fresche e liberatorie di questo tipo di successi).
Fermo restando che il rapporto vitale e appassionato che film e storie come Divergent intrattengono con il loro pubblico, proponendo loro una versione aggiornata con intelligenza di dinamiche eterne, è una delle novità migliori del cinema e della letteratura di successo degli ultimi anni, il film di Burger si qualifica come un sottoprodotto, sia per originalità che per resa cinematografica. Invece che scoprire talenti, sfrutta volti inespressivi, invece che valorizzare i grandi nomi a disposizione (Kate Winslet) li instrada nella banalità e invece che aggiungere la profondità del linguaggio per immagini alle parole scritte ne segue pedissequamente i dettami, limitandosi a rappresentare visivamente quel che le pagine dicono. Tutto ciò può andare bene a chi ha letto i libri e deve solo ripassare sopra le medesime emozioni già provate, ma è assolutamente insufficiente a chi fruisca solo del film.


Gabriele Niola

Fotografia







Le onde delle Hawaii
Fotografia di Patrick McFeeley, National Geographic Creative

Un surfista al largo della costa settentrionale di Maui, una delle isole delle Hawaii.

Cinema







Ad Amburgo e all'indomani degli attentati terroristici dell'undici settembre, Issa Karpov, un povero diavolo di origine russo-cecena, approda nel porto deciso a recuperare il denaro che suo padre, uno spietato criminale di guerra, ha accumulato impunemente. Allertati i servizi segreti tedeschi e americani, spetta a Günther Bachmann scoprire se Issa Karpov è un innocente coinvolto in una storia più grande di lui o un pericoloso terrorista pronto a fare esplodere Amburgo. Cinico e deluso col vizio dell'alcol e della solitudine, Bachmann non può sbagliare e deve riscattare un passato e un fallimento pesante. Costretto suo malgrado a lavorare con un agente americano, con cui sembra nascere un'intesa sentimentale e professionale, Günther Bachmann è deciso a distinguere il bene dal male e a consegnare alla giustizia soltanto i cattivi, quelli che si nascondono dietro una mitezza e una filantropia di facciata.
Tre degli attentatori dell'undici settembre erano di base ad Amburgo. Da quel giorno la città portuale tedesca divenne un sito ad alto rischio, sorvegliato dai servizi segreti tedeschi e americani, compresi nel tentativo di anticipare un'eventuale minaccia terroristica. È in questo contesto geopolitico che si muove il romanzo di John le Carré, thriller politico tradotto per lo schermo da Anton Corbijn. Fattura classica e raffinata tessitura dei procedimenti narrativi, La spia - A Most Wanted Man è un film trattenuto, introverso e ossessionato dai dilemmi morali e dall'ingerenza degli americani negli affari mondiali. Nel mondo evocato da Corbijn per dare corpo alla complessa indagine pensata da le Carrè, si trascina il protagonista greve e stropicciato di Philip Seymour Hoffman.
Corpo informe e sguardo dolente, il suo Günther Bachmann è finito in una sorta di 'ritiro coatto' dopo il repulisti successivo all'undici settembre. In un garage anonimo di Amburgo sconta adesso il rimorso per qualcosa che avrebbe dovuto fare e non ha fatto. Eppure Günther Bachmann il suo lavoro lo fa e lo sa fare bene dentro un quotidiano privo di cromie e passioni. L'agente americano di Robin Wright e l'avvocato sociale di Rachel McAdams sono le uniche sfumature di rosa tollerate e ostinate che finiranno per impattare violentemente la figura screpolata e depressa di Bachmann, senza entusiasmi e difficilmente riconducibile all'immaginario spionistico abituale. Ma proprio lì sta (tutta) la bellezza della letteratura e dei personaggi le carreriani, lontani dagli agenti segreti charmant e ipersessuati con un Martini in mano e una Walther PPK nell'altra.
Costruito come La talpa di Tomas Alfredson con grande consapevolezza contro un sistema di attese sedimentate dentro il genere, La spia - A Most Wanted Man gioca la sua partita a un livello più profondo. È una spy story anomala, che all'azione preferisce l'introspezione, al dinamismo il gioco intellettuale. Abile nel comprimere nei tempi e nei modi cinematografici il romanzo intricato e ricco di sfumature di le Carré, il regista (e fotografo) olandese affida a Philip Seymour Hoffman, nella sua ultima interpretazione, il peso nascosto nell'anima del suo personaggio, un dolore senza condivisione e senza lacrime sprofondato nell'alcol e nelle poltrone. Poltrone di uffici e edifici verticali in cui si lavora per la sicurezza nazionale ma si è incapaci di provvedere alla propria. Perché Günther Bachmann non trova sbocchi al lutto indefinito che lo agita e lo isola dalla sua squadra e dentro un epilogo di insolita malinconia.
Come Alfredson con Gary Oldman, così Corbijn beneficia del talento enorme di Seymour Hoffman che ci lascia per sempre. La sua ultima replica è un grido di rabbia, il suo ultimo piano un perfetto epitaffio. Disilluso, solo e smisurato, esce di scena e dalla sua Mercedes. Perché i veri attori non sono quelli che godono all'accendersi delle luci ma quelli che decidono quando le luci si possono spegnere.


Marzia Gandolfi

Canzoni


Cinema






Il quattordicenne Lorenzo ha palesi difficoltà di rapporto con i coetanei tanto che si avvale dell'aiuto di uno psicologo. Un giorno coglie al volo un'occasione unica: finge di partire per la settimana bianca con la sua classe mentre invece si rifugia nella cantina di casa con una ben organizzata scorta di cibarie e le letture preferite. Non sa che di lì a poco proprio nel suo dorato rifugio irromperà Olivia, la sorellastra venticinquenne che non vede da lungo tempo. Olivia è tossicodipendente e sta tentando di ripulirsi. Nel frattempo soffre di crisi di astinenza e non fa nulla per lasciare tranquillo Lorenzo.
Bernardo Bertolucci torna a fare cinema dopo una lunga assenza causata dalle conseguenze della malattia che lo ha costretto su una sedia a rotelle. Se il suo sguardo non può più avvalersi direttamente della posizione eretta il suo cinema sembra avvantaggiarsene. È come se il suo occhio interiore avesse deciso di mettersi al livello dei giovani soggetti presi in considerazione invece di guardarli dall'alto di una memoria troppo vincolata dalla forma come in The Dreamers.
Grazie a un casting accurato, che gli ha permesso di scegliere due corpi e due volti che si imprimono immediatamente nella memoria dello spettatore, Bertolucci può tornare a uno dei suoi temi preferiti: quello dell'irruzione di un elemento esterno (sia esso storico o individuale) che mette in discussione uno status quo imponendo una revisione totale di ciò che si riteneva acquisito o l'esplosione di ciò che era stato accuratamente ricoperto da ipocrisie o autoconvincimenti. A differenza delle formiche dalla vita sociale rigidamente strutturata Lorenzo e Olivia sono due personalità che hanno cercato, ognuna a suo modo, di sfuggire al vivere comune. Sarà una cantina (luogo delegato alla paura e/o alla morte nel cinema di genere) a riaprirli se non al mondo almeno alla possibilità di prendere in considerazione opzioni diverse. Se Lorenzo, come un armadillo in gabbia, era convinto di salvarsi compiendo un ripetitivo percorso solitario, Olivia aveva cercato di annullarsi nel confondersi con i muri ai quali sovrapponeva la propria immagine fotografica. Una polvere simile alla calce di quegli stessi muri ma dai micidiali effetti aveva invece cominciato a confondersi con lei finendo per confonderla.
Bertolucci, in un prologo in cui accenna a un immaginario rapporto incestuoso madre/figlio, sembra voler prendere le distanze da un certo suo cinema avviluppato su se stesso (vedi La luna) per affermare la necessità di guardare invece alle tante (troppe) solitudini di cui il mondo adulto a volte sembra non cogliere la confusa ma pressante richiesta di aiuto. Se questo è l'inizio di una nuova fase del suo fare cinema non le si può che dare il benvenuto.


Giancarlo Zappoli

Pensieri


Libri






L’autore, da più di trent’anni cronista e scrittore, si è occupato di grandi casi di cronaca nera, nell’ “Italia dei Misteri”. Come autore e inviato ha partecipato a una dozzina di edizioni di “Chi l’ha visto?”, due anni fa, sempre con Sovera, ha dato alle stampe la storia del piccolo Giuseppe Di Matteo, rapito dai Corleonesi e sciolto nell’acido dopo 779 giorni di terribile prigionia.

Pino Nazio, dopo essersi occupato della vicenda per il programma di Rai 3, a ridosso del trentennale della scomparsa riapre il dibattito mettendo insieme ipotesi investigative, documenti e testimonianze esclusive sulla scomparsa, per arrivare a conclusioni per molti versi inedite.

Il fitto confronto tra i due protagonisti del romanzo, Jacopo e Lorenzo, è l'escamotage letterario per condurre un’inchiesta rigorosa, per accompagnare la cronaca con le atmosfere, le emozioni e il coinvolgimento tipico della narrativa.



Si tratta di una vicenda che attraversa tutti gli anni Ottanta del 1900: non solo le trame più inconfessabili del pontificato di Wojtyla, ma gli anni tra i più inquietanti della storia contemporanea. Un mix che ci aiuta a comprendere personaggi senza scrupoli e situazioni che aleggiano nelle continue attualizzazioni della storia di Emanuela Orlandi.

Il 1983 è l’anno di uno scontro durissimo tra le due superpotenze Usa e Urss, con il dispiegamento dello scudo spaziale e dei missili intercontinentali, il punto più alto della sfida che culminerà sei anni dopo con la caduta del Muro di Berlino. E' l’anno in cui Papa Wojtyla mette tutta la sua energia e le finanze vaticane, al servizio della lotta contro il comunismo. L’anno in cui si consuma uno scontro di potere nella finanza che coinvolge il Banco Ambrosiano, travolto da un enorme crack, e lo Ior, l’Istituto per le opere di religione. Il periodo in cui su Roma si estendono i tentacoli della Banda della Magliana, che aveva rapporti intimi con i servizi deviati, la loggia massonica segreta P2, i politici corrotti, la mafia di Totò Riina e Pippo Calò. L’anno in cui i soldi provenienti dai traffici illeciti e dalla droga agli appalti truccati possono essere facilmente riciclati, presentandosi a uno sportello dentro le Mura Leonine della Città del Vaticano.

«Insomma una storia che ha cento diramazioni, come un labirinto - racconta Nazio - con una sola via d’uscita che ho provato a illuminare. Ma è anche un intenso dramma familiare. Anzi di più famiglie, se si pensa all’altra vicenda collegata alla Orlandi, della scomparsa avvenuta a Roma in quel periodo, quella di Mirella Gregori. Destini di persone normali, dilaniate nei sentimenti, che vengono catapultati nel tritacarne mediatico, nelle indagini infinite, nei depistaggi e nelle omissioni».

I personaggi del romanzo-verità sono tutti reali, basta scorrere i nomi dei protagonisti per capirlo. Da Papa Wojtyla a Sandro Pertini, da Roberto Calvi a Paul Marcinkus, da Ali Ağca a Renatino De Pedis e Sabrina Minardi, all’esorcista del Vaticano padre Amorth. Questo per citare i nomi noti. Poi ci sono decine di figure meno conosciute che sono ancora più pittoresche o drammatiche – a seconda della lente con cui si osservano - come il pentito della Banda della Magliana, il potente cardinale, l’agente dei Servizi segreti infedele, il dipendente del Vaticano reticente, la testimone impazzita, l’investigatore prigioniero dei fantasmi del passato, il cronista integerrimo, il fratello ostinato, la fotografa ossessionata, il politico corrotto. Personaggi inequivocabilmente legati al mondo vaticano tra cui spicca Renatino De Pedis, il boss della Banda della Magliana, ucciso in via del Pellegrino a Roma nel 1990 e indegnamente sepolto nella Basilica di Sant’Apollinare, in un sarcofago come quello di Papa Giovanni XXIII. Perché solo nel maggio del 2012 gli uomini della procura di Roma sono intervenuti con i loro periti alla ricerca del corpo di Emanuela Orlandi, cominciando ad aprire la tomba del boss Enrico De Pedis?

Pino Nazio ha analizzato il racconto di Sabrina Minardi, amante del boss che nel 2008 rivela che a rapire Emanuela è De Pedis “per conto dell’arcivescovo Marcinkus, deus ex machina dello Ior”. La Santa Sede risponde alle accuse, ritenute “infamanti senza fondamento provenienti da una testimonianza di valore estremamente dubbio”. In realtà Marcinkus è accusato di appartenere alla Massoneria, entra in contrasto con l’allora Patriarca di Venezia, Albino Luciani sulla cessione di parte delle azioni Ior al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Luciani diventato Papa Giovanni Paolo I, muore dopo un mese di pontificato in circostanze misteriose. Calvi sarà impiccato sotto un ponte di Londra lo stesso giorno in cui la sua segretaria vola giù da una finestra e Marcinkus, invischiato nel crack ambrosiano, solo grazie al passaporto diplomatico non andrà in galera.
Tornando alla Minardi dalle ultime testimonianze, la pentita, racconta di una presunta prigione in una elegante palazzina di Torvajanica, dove i genitori di Bibi andavano durante l’estate e divenuta la prigione di Emanuela dopo il rapimento. Tra le ipotesi dibattute nel libro l’ultima testimonianza drammatica dell’amante del boss, rivela di aver visto De Pedis e un suo complice, un fantomatico Sergio gettare due corpi avvolti in sacchi in una betoniera di un cantiere, uno dei quali presume sia quello di Emanuela.

Una tesi, quest'ultima, decisamente respinta dalla famiglia che in questi trent'anni non ha mai smesso di sperare di ritrovare Emanuela viva. Pietro Orlandi, fratello di Emanuela raggiunto telefonicamente ha ribadito l’importanza del libro: “Un ottimo lavoro di inchiesta, quello di Pino Nazio, per non dimenticare. Ma ribadisco che, non ci sono prove della morte di mia sorella, e per questo a differenza della magistratura che cerca un cadavere, io la cerco viva! Mia sorella è stata vittima di un sistema che dalla morte di Papa Albino Luciani lega Chiesa-Mafia-Stato-Massoneria. Un sistema di poteri molto forte che gestisce le nostre vite, e la sepoltura di De Pedis ne è la prova. Mi sento tradito dal Vaticano, perché ha cercato in tutti i modi di far cadere nell’oblio la vicenda di Emanuela. Non potrò mai dimenticare le parole del cardinale Rosalio José Castillo Lara, quando mi disse: ancora con questa storia di tua sorella? Non ti basta che ti abbiamo dato un lavoro? Di lì a breve avrei lasciato quel posto sicuro. Nutro ancora speranze, anche se sono consapevole che arrivare alla verità sarebbe, nell'Italia dei misteri, uno straordinario successo.

Cinema









Visto al cinema  "Fast & Furious 7".Per chi ha apprezzato tutta la saga rimarrà stupefatto da questo episodio che,a parte le solite scene con,brevi,corse automobilistiche con le inevitabili bellone smutandate,è un vero action movie con tutti i crismi del genere.Eccellente fotografia,regia sapientemente ritmata,ottima recitazione(l'innesto di Statham,per me ha di molto alzato il livello del film),e poi alcune sequenze che,per gli amanti del genere,rimarranno in mente a lungo per la loro originalità.Peccato i dialoghi,banalotti e quasi inesistenti, la durata,140 minuti anche se scorrono via veloci sono troppi per un action movie,non si riesce a mantenere la tensione dello spettatore cosi a lungo.Anche se gli ultimi venti minuti mi smentiscono,io l'avrei sforbiciato di un bel po in fase di montaggio.Commovente la battuta finale di Vin Diesel a Paul Walker,visto ciò che è successo dopo al secondo sfortunato attore.I miei figli entusiasti del film(ma perchè al The space di Trieste il volume del sonoro è da spaccatimpani?).

domenica 24 maggio 2015

Pensieri


Canzoni


Cinema








Durante una visita all'ospedale per confortare l'amica Oonagh Shalney-Toffolo, nel 1995, la Principessa di Galles, Lady Diana, s'imbatte nel cardiochirurgo pakistano Hasnat Khan, con il quale avvia una relazione sentimentale segreta di due anni, fino a quando l'uomo non pone fine alla frequentazione per il veto della famiglia di origine e l'invadenza della stampa. Definito da alcuni amici della principessa come "l'amore della sua vita", Khan rappresenta un capitolo poco noto e insolitamente felice della favola tragica di Lady D., nonché il materiale drammaturgicamente ideale per raccontare gli ultimi anni della sua esistenza, quando la speranza di un futuro d'amore e libertà si scontra per sempre contro il tredicesimo pilastro del tunnel parigino di Pont de l'Alma.
Il regista tedesco Oliver Hirschbiegel, già misuratosi con niente meno che la biografia di Adolf Hitler in La Caduta, e lo sceneggiatore di The Libertine, di cui ricordiamo il frasario accattivante ma anche spesso decontestualizzato e lasciato a navigare nel vuoto strutturale, devono essere sembrati chissà come il giusto team per questa impresa cinematografica che arriva in coda a una nutrita schiera di film per la tv sul personaggio di Diana Spencer e rimane saldamente incollato a un'estetica e a una narrazione tipicamente televisive, nonostante i differenti presupposti. Bravissima qui Naomi Watts nel dare vita ad una donna cosi controversa.Il film batte molto sull'umanità e sulla semplicità di Diana,contro il conformismo della vita di corte alla quale era stata relegata dal suo matrimonio con Carlo.Quando forse aveva incontrato il vero amore,il chirurgo pakistano,ecco che il destino,o forse un complotto,come è più probabile(aveva deciso di abbracciare la religione islamica per stare sempre con il suo amato chirurgo),pone fine alla sua vita e a quella dell'incosapevole e sfortunato Dodi Al Fayed.

Leggende








La leggenda del velo


Giuseppe Sanmartino, 1753.

La fama di alchimista e audace sperimentatore di Raimondo di Sangro ha fatto fiorire sul suo conto numerose leggende. Una di queste riguarda proprio il velo del Cristo di Sanmartino: da oltre duecentocinquant’anni, infatti, viaggiatori, turisti e perfino alcuni studiosi, increduli dinanzi alla trasparenza del sudario, lo hanno erroneamente ritenuto frutto di un processo alchemico di “marmorizzazione” compiuto dal principe di Sansevero.

In realtà, il Cristo velato è un’opera interamente in marmo, ricavata da un unico blocco di pietra, come si può constatare da un’osservazione scrupolosa e come attestano vari documenti coevi alla realizzazione della statua. Ricordiamo tra questi un documento conservato presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli, che riporta un acconto di cinquanta ducati a favore di Giuseppe Sanmartino firmato da Raimondo di Sangro (il costo complessivo della statua ammonterà alla ragguardevole somma di cinquecento ducati). Nel documento, datato 16 dicembre 1752, il principe scrive esplicitamente: “E per me gli suddetti ducati cinquanta gli pagarete al Magnifico Giuseppe Sanmartino in conto della statua di Nostro Signore morto coperta da un velo ancor di marmo…”. Anche nelle lettere spedite al fisico Jean-Antoine Nollet e all’accademico della Crusca Giovanni Giraldi, il principe descrive il sudario trasparente come “realizzato dallo stesso blocco della statua”. Lo stesso Giangiuseppe Origlia, il principale biografo settecentesco del di Sangro, specifica che il Cristo è “tutto ricoverto d’un lenzuolo di velo trasparente dello stesso marmo”.

Il Cristo velato è, dunque, una perla dell’arte barocca che dobbiamo esclusivamente all’ispiratissimo scalpello di Sanmartino e alla fiducia accordatagli dal suo committente. Il fatto che l’opera sia stata realizzata da un unico blocco di marmo, senza l’aiuto di alcuna escogitazione alchemica, conferisce alla statua un fascino ancora maggiore.

La leggenda del velo, però, è dura a morire. L’alone di mistero che avvolge il principe di Sansevero e la “liquida” trasparenza del sudario continuano ad alimentarla. D’altra parte, era nelle intenzioni del di Sangro – in questa come in altre occasioni – suscitare meraviglia: non a caso fu egli stesso a constatare che quel velo marmoreo era tanto impalpabile e “fatto con tanta arte da lasciare stupiti i più abili osservatori”.

venerdì 22 maggio 2015

Fotografia








Laghi alpini, Washington
Fotografia di Jason Hummel

Cinema










L'agente Lancillotto perde la vita durante una missione di guerra e il suo capo, Galahad, non si perdona e offre al figlio piccolo del compagno scomparso una medaglia e un numero di telefono. Diciassette anni dopo quel bambino è un ragazzo, Eggsy, che si è messo nei guai con dei delinquenti del quartiere. Comporrà quel numero di telefono e si ritroverà davanti Galahad in persona, alias Harry Hart, pronto ad offrirgli l'occasione di una nuova vita. Una vita da spia. Una vita da Kingsman.
Matthew Vaughn legge "The Secret Service", il fumetto di Mark Millar e Dave Gibbons, con le lenti del suo cinema pop ed eccessivo, qui però più rilassato e divertito rispetto a Kick-Ass , meno ansioso di provare la propria originalità, anche perché non è certo l'originalità il tratto distintivo di un film che cita James Bond e compagni (John Steed, Harry Palmer, Derek Flint) ad ogni inquadratura. Quella di Kingsman è soprattutto una storia di iniziazione, di Eggsy e del suo interprete Taron Egerton. Vaughn li prende, per il tramite del più esperto e già iniziato Colin Firth, e apre loro le porte del cinema inglese, le quali non possono che essere porte di un pub o di una sartoria di Savile Row. Una volta dentro il film, impareranno che tutto è possibile, non tutto è reale (non si muore per davvero, spiega Mark Strong dopo la "prova dell'acqua"), qualcosa si nasconde (nei doppi fondi delle scenografie), qualcosa si affaccia sull'esterno (quando si smette di prendersi sul serio per ammiccare allo spettatore in sala). È un viaggio sulla giostra del cinema di genere, con stazioni più o meno riuscite, che in fondo può anche valere il prezzo del biglietto. Cinema come attrazione, spettacolo, circo acrobatico.
L'eleganza, invece, quella vera, è un'altra cosa. Per il regista il discorso sull'abito è evidentemente poco più di un pretesto narrativo per segnalare la trasformazione del personaggio, oltre che l'ennesimo omaggio al padrino del cinema di spionaggio, confezionato sempre con un largo sorriso sulle labbra. Per Vaughn, infatti, l'abito è sempre e prima di tutto un costume, che dice forti e chiare, come in un fumetto, le intenzioni e i dati anagrafici del personaggio, che si tratti della tutina di un supereroe, del berretto con la visiera di un ragazzino dei sobborghi o dello stile street chic di un miliardario pazzo (e il personaggio di Samuel L. Jackson è sicuramente il più aderente al genere, nella sua revisione iper contemporanea ma stabilmente megalomane).
Si spruzza sangue a volontà, ci si lancia senza paracadute, si scambia il bicchiere per prudenza prima del brindisi letale. Non ci si fa mancare nulla, sulla giostra dello spy-movie, nemmeno Mr Firth in versione Machete.




Marianna Cappi

Filosofia






La Volontà





Il tema della volontà è centrale nel pensiero di Schopenhauer, il quale, riprendendo Kant, sostenne che l'essenza del noumeno è proprio la volontà. In polemica contro Hegel, secondo Schopenhauer la natura e il mondo non hanno un'origine razionale, ma nascono da un istinto irrazionale di vita, da una pulsione informe e incontrollata che è appunto volontà. Non c'è dunque spazio per l'ottimismo della ragione, dal momento che questa volontà di vivere sfrenata e arbitraria è causa di sofferenza. Da questa se ne esce attraverso la sublimazione e la presa di coscienza che il mondo è l'oggettivazione della volontà, cioè è una mia stessa rappresentazione, fenomenica e illusoria (velo di Maya): concetto di origine orientale e in parte neoplatonica, che si traduce nel desiderio della vita stessa (eros) di diventare finalmente consapevole di sé; questa consapevolezza coincide con l'auto-negazione della volontà e permette così di uscire dal ciclo insensato dei desideri, morti e rinascite.

Canzoni


Pensieri


Cinema








Il giovane studente Yu Te (Gordon Liu) aiuta il suo maestro a recapitare messaggi della resistenza contro gli oppressori tartari attraverso il negozio di pesce di suo padre. Scoperto il trucco, i messaggi venivano inseriti nei pesci, i funzionari del governo distruggono la scuola ed il negozio uccidendo il padre di Yu Te il maestro ed i suoi compagni di scuola.

Yu Te ferito si reca al tempio Shaolin dove ha saputo che i monaci conoscono e praticano le arti marziali. Nel tempio ci sono 35 camere, ed in ognuna si insegna una tecnica del kung fu in un crescendo di difficoltà. Superate tutte le prove gli viene offerto di guidare una delle camere, ma uno dei maestri non è d'accordo perché pensa non sia ancora pronto e lo sfida dandogli la possibilità di scegliere l'arma con cui combattere. Yu Te perde la sfida, ma questo è uno stimolo per lui a migliorarsi e si allena, sfidando il maestro cambiando ogni volta arma e cercando di adattarsi alla tecnica dell'avversario.

Yu Te crea allora una nuova arma (un San jie gun) con cui riesce a sconfiggere il maestro: a questo punto, vuole che gli sia data la possibilità di creare la 36ª camera per poter insegnare il kung fu anche ai non monaci. Al rifiuto dell'abate e all'insistenza di Yu Te l'abate decide di punirlo. La punizione consiste nell'uscire dal tempio per raccogliere offerte.

Yu Te riesce a portare a termine la sua vendetta ed a reclutare i primi allievi che faranno parte della 36ª camera dello Shaolin creata.Film discreto sugli Shaolin,i loro metodi di insegnamento e soprattutto sulla forza di volontà che aiuta sempre a vincere anche gli eventi più nefasti della propria vita.

domenica 17 maggio 2015

Dipinti






Picasso non è mai stato uno dei miei pittori preferiti,però ha dipinto o scolpito opere che restano e che anche ad un dilettante dell'arte come me appaiono notevoli.Questo dipinto,Le donne d'Algeri,dipinto nel 1955,è stato venduto all'asta l'altro giorno per poco più di 160 milioni di euro,una cifra pazzesca,il quadro più caro al mondo,comprato dalla fondatrice del gruppo Wynn dei casinò di Las Vegas.Al di là dell'aspetto morale,mi ha incuriosito capire cosa potesse indurre una persona,seppur super ricca,ad investire in questo quadro.In effetti ha una sua oscura magia,un po' come il suo autore,quel magnetismo animalesco che tutti riconoscevano in Picasso.Mia madre che ha avuto la fortuna di conoscerlo mi ha detto che era capace in pochissimi secondi di fare uno schizzo incredibile che lasciava a bocca aperta tutti e seppur un uomo non bello aveva quel carisma che fa passare in secondo piano anche i difetti.Questo groviglio di corpi rende bene l'idea dell'erotismo caldo dell'Africa,dove al calore climatico si aggiunge il calore dei corpi delle donne di li.Fa da contraltare la figura di donna a sinistra,l'unica in piedi e seppur con il seno di fuori dona l'idea di una donna fiera,completa,con le mani quasi a protezione del grembo,sembra quasi una regina in mezzo a quell'orgia di pezzi di corpi femminili sparsi qui e là.Forse voleva sottolineare il fascino austero di una donna "perbene",borghese,in contrasto con le pose anche lascive degli altri corpi,che forse alludono all'Africa violentata,usata,sfruttata,fatta a pezzi appunto.

Cucina






Ho provato da poco una nuova macedonia di frutta fresca con fragole, banane e cioccolato fondente fuso. Una nuova golosa versione per una delle macedonie più amate dai bambini. Aggiungete a piacere la frutta che preferite come ad esempio le pere o l'ananas. Se non amate il cioccolato fondente sostituitelo con quello bianco.

Ingredienti: 300 gr di fragole, 2 banane, succo di un limone, 1 cucchiaio di zucchero, 50 gr di cioccolato fondente, 1 cucchiaio di brandy (facoltativo).

Procedimento: lavare molto delicatamente le fragole e tagliatele a pezzi. Sbucciare le banane e tagliarle a rondelle. Condire con il succo di limone, lo zucchero ed il brandy (se lo utilizzate). Versare in una ciotola ampia e coprire con il cioccolato fuso a bagnomaria o nel microonde.

Cinema






I Titans ricordati nel titolo sono la squadra di football americano che negli anni settanta venne allenata da Herman Boone (Washington), coach di colore, che arrivò a quel ruolo così importante contro i fortissimi pregiudizi che vigevano allora. I neri potevano giocare, ma non assumersi la responsabilità della squadra, neppure se avevano dato prove di grandi qualità. Dunque Boone, che ha ottenuto ottimi risultati in squadre universitarie, arriva ad Alexandra, in Virginia, stato fisiologicamente razzista, preparato ad affrontare la discriminazione, si vede invece riconoscere la propria bravura e diventa allenatore in prima. A quel punto deve combattere con gli stessi giocatori, quelli bianchi naturalmente, che mal sopportano di dover obbedire a un nero. Ma Herman, con grinta e intelligenza, ce la fa. La storia ha certamente sapori agiografici e porta acqua a quella tesi. In America ha creato dibattiti ai quali non si sono sottratti neppure personaggi come Michael Jordan. Per il resto c'è la giusta tensione e una violenza forse esagerata, seppure nel football, che fa della violenza una delle sue grandi prerogative. Film forse "troppo americano", che rappresenta uno sport che non ha mai del tutto convinto gli italiani.



Fabio Rizzo

Poesie






DOVE NASCE IL GIORNO



Il giorno non nasce in tutte le parti del mondo,
ma solo in segreto,
là dove nessuno lo vede.
Da niente diventa increspatura di vita,
da buio diventa cammino,
da notte diventa orizzonte
Il giorno non ha fretta di diventare colore
ma si tinge lentamente
salendo dal cuore del mondo
scalda pian piano il manto del mondo
come il respiro che esce dal freddo letargo infinito dell’insensibilità
seziona il nero come a cercare nella notte dell’anima
quell’unica luce della fratellanza
e solo alla fine si lascia trovare.


Guatan Tavara

Viaggi


Pensieri


Canzoni


Libri






Dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, il lutto, la rabbia, il desiderio di consegnare alla giustizia i mandanti hanno compattato l'opinione pubblica americana intorno al presidente Bush e alla sua crociata contro il male, proclamata in toni apocalittici. Chomsky rifiuta di appiattirsi su questa logica manichea e sostiene si debba parlare di terrorismo per ogni atto di aggressione alla popolazione civile, e quindi non solo per attacchi come quello alle Torri Gemelle, ma anche per tanti capitoli della storia passata e presente: il conflitto arabo-israeliano, la repressione dei curdi da parte della Turchia e dei ceceni da parte della Russia, ma anche tutti gli interventi armati degli Stati Uniti in Vietnam, o in Iraq.

Serie Tv





La miniserie ha inizio con la visione di un'Oriana Fallaci che combattiva come sempre, rientra nelle campagne fiorentine per sistemare tutti i documenti della sua storia nel giornalismo mondiale. La donna, aiutata da una studentessa universitaria di nome Lisa, ripercorre la sua vita sin da quando, da ragazza, compiva la staffetta partigiana contro i nazisti in aiuto del padre. Da lì il ricordo va alle prime interviste come quella a Gina Lollobrigida o Federico Fellini sino a quelle agli astronauti americani impegnati a giungere sulla Luna. Una delle fasi più importanti è quella della Guerra del Vietnam, dove conosce il suo primo amore: il giornalista francese François Pelou con cui per diversi tempo ha avuto una relazione. Nel 1968 Oriana rimane ferita e viene creduta morta durante le rivolte studentesche di Città del Messico ma verrà salvata da un prete. Nel 1972 conosce il rivoluzionario greco Alexandros Panagulis e con lui instaura la relazione che più la segna per la vita. Lui sarà l'uomo che ama e da cui starà quasi per aver un figlio (che però perderà a causa di un aborto) ma lui sarà anche l'uomo che più la farà infuriare per il suo comportamento indisciplinato. L'omicidio del suo uomo porterà Oriana a cadere in una depressione che lei affronterà intervistando i più potenti del mondo come per esempio l'imam Khomeini, dinnazi cui si leverà il burqa. Nel 2001 è a new York quando assiste all'Attentato dell Torri Gemelle e comincia una campagna contro l'estremismo islamico. Muore a Firenze dopo 11 anni di dura lotta contro il cancro.L'argomento era interessante,peccato che la sceneggiatura era carentissima e l'interpretazione fuori ruolo,una occasione che poteva essere sfruttata molto meglio nel ricordare la grande giornalista e scrittrice.

Cinema






Nella Virginia dei primi anni del proibizionismo i tre fratelli Bondurant distillano e vendono clandestinamente alcolici, prima fuori città, senza immischiarsi con i gangster che si ammazzano tra loro per le strade, poi alzando il rischio e il tenore degli affari, quando anche il più giovane dei tre, Jack, trova il coraggio che inizialmente sembrava non avere. L'arrivo da Chicago di Charlie Rakes, rappresentante della legge corrotto e feroce, mette però i fratelli Bonduant sulla strada di una guerra inevitabile e all'ultimo sangue.
L'australiano John Hillcoat, in coppia con Nick Cave alla sceneggiatura, gioca a fare l'americano, con un western tratto dal romanzo di Matt Bondurant, nipote del vero Jack; un libro che non è mai diventato un caso letterario e, per una volta, s'intuisce anche il perché. A salvare il film dal ridursi ad essere una tiritera di vendette e controvendette che procedono senza troppo ritmo verso il faccia a faccia più scontato, è soltanto la presenza di un manipolo di attori bravi e carismatici, da Tom Hardy a Jason Clarke a Guy Pearce. La loro presenza scenica anima una serie di personaggi bidimensionali, che sembrano fare il verso a quelli di Nemico Pubblico (e non solo loro, c'è anche il dono del vestito e molto altro): peccato che il paragone con Mann non si ponga proprio. Non c'è dubbio, tuttavia, che l'intento di Hillcoat fosse esattamente quello di fare un gangster movie, mascherato dalle strade di campagna, dalla parrocchia della piccola setta e da una versione appena più moderna del classico saloon.
Il film procede non senza coinvolgere, lungo un binario narrativo usato ma non usurato, però la voice over che introduce e commenta è letteraria e debole, come la leggenda famigliare che vorrebbe i Bondurant immortali, e, non fosse per le scene in cui scorre copioso il sangue, il tutto rimarrebbe piatto e ordinario, quando non colpevolmente calligrafico.
Lo spettacolo è assicurato ma, a differenza delle precedenti prove del regista, non lascia alcun pensiero o emozione che travalichi il tempo del film. Se non la convinzione che si tratti del divertissement americano di un pool di talenti australiani qui piuttosto sprecati, che serve giusto la visibilità delle star in scena e la curiosità di chi non chiede di più.


Marianna Cappi

giovedì 14 maggio 2015

Cinema







 Kai è un mezzosangue dalla natura poco chiara, indesiderato da tutti ma benvoluto dal signore locale, Asano. Davanti ai suoi occhi si svolgerà una lotta tra umano e disumano la cui prima vittima sarà proprio Asano, accusato di tentato omicidio dello shogun e quindi obbligato ad un suicidio per riparare il proprio onore. L'uomo in realtà era posseduto da un demone che trama nell'ombra. I 47 samurai rimasti orfani del proprio padrone (e quindi "ronin") decideranno di vendicarsi contro lo shogun e tutta la corte demoniaca che gira intorno a lui, ben consci che questo significherà una condanna a morte. A loro non potrà che unirsi nonostante le ritrosie iniziali anche Kai, che da anni è segretamente innamorato della figlia di Asano.
Tali e tanti sono gli adattamenti ai dettami del cinema hollywoodiano che si stenta a riconoscere la struttura dell'opera teatrale 47 ronin, ma del resto anche il vero contorno storico. Perchè il 47 ronin americano non ambisce a fare quel che le altre arti ricercavano (il racconto di quanto la realtà dei fatti abbia messo in scena i massimi valori nazionali giapponesi) ma ad usare quel tipo di parabola per creare una storia fantastica, prendere il racconto dei samurai senza padrone che cercano una vendetta mortale e inserirlo in un contesto di mostri e demoni in pessima computer grafica, al limite con il fantastico contemporaneo (quello di Biancaneve e il cacciatore o Il cacciatore di vampiri, che rilegge la storia e i racconti tradizionali contaminandoli di mostruosità) e asservito al medesimo schema narrativo di 300.
Se nel film di Zack Snyder tratto da Frank Miller si celebrava la morte in guerra come forma massima di sacrificio e rispetto del proprio onore battagliero, il 47 ronin di Hollywood celebra la morte in battaglia come forma estrema di fedeltà ad un ideale e un padrone, in un mondo dominato da tutto tranne che dall'onore. Quel che sembra di capire però è che c'era bisogno di un eroe unico per poter penetrare nelle maglie degli studios americani (e della loro percezione del pubblico statunitense), così viene aggiunto oltre alla mitologia demoniaca e ad uno strato superiore di ordine (uno fantastico che si sovrappone agli schieramenti reali, prendendo le parti di padroni e schiavi, eremiti e shogun) anche un protagonista per metà occidentale e una storia d'amore molto posticcia.
In una storia che fin dal titolo porta impresso il marchio del collettivismo il cinema americano inserisce quindi il proprio individualismo, in questo modo i 47 ronin finiscono stranamente sullo sfondo, la loro vicenda è il contesto in cui si muove Kai (Keanu Reeves), il mezzosangue che non può ambire al ruolo di samurai ma che finisce per lottare con i ronin ed essere da loro accettato per il proprio valore. E' una specie di guerriero delle foreste simile al Kikuchiyo che Toshiro Mifune interpretava in I sette samurai ma con in più una gravitas abbastanza ridicola che indica il grado minimo di impegno cinematografico nel rendere complesso un personaggio.
I tratti principali del protagonista sono solo alcuni tra i molti riferimento all'acqua di rose che questo film fa al cinema e alla cultura giapponese, dopo averne stravolto una delle storie più importanti e violentato l'etica. Specie inizialmente si distinguono scene di massa che ricordano Ran e alcuni movimenti eccessivi ed enfatizzati da teatro kabuki (più in là nella storia il teatro si vedrà anche). Ma è solo fumo, ossi gettati per decenza e rispetto della apparenze (anche i demoni hanno un design che sembra la versione mostruosa di alcune creature di Miyazaki), perchè in 47 ronin batte forte un cuore fieramente hollywoodiano che non si lascia scalfire da nulla e ciecamente procede dritto verso la celebrazione dell'individualismo eccezionale con contorno di amor proibito.



Gabriele Niola

Fotografia






Lago Wanaka, Nuova Zelanda
Fotografia di Daniel Ernst, National Geographic Your Shot

Cinema







Walt Kowalski ha perso la moglie e la presenza dei figli con le relative famiglie, al funerale non gli è di alcun conforto. Così come non gli è gradita l'insistenza con cui il giovane parroco cerca di convincerlo a confessarsi. Walt è un veterano della guerra in Corea e non sopporta di avere, nell'abitazione a fianco, una famiglia di asiatici di etnia Hmong. Le uniche sue passioni, oltre alla birra, sono il suo cane e un'auto modello Gran Torino che viene sottoposta a continua manutenzione. La sua vita cambia il giorno in cui il giovane vicino Thao, spinto dalla gang capeggiata dal cugino Spider, si introduce nel suo garage avendo come mira l'auto. Walt lo fa fuggire ma di lì a poco tempo assisterà a una violenta irruzione dei membri della gang con inatteso sconfinamento nella sua proprietà. In quell'occasione sottrarrà Thao alla violenza del branco ottenendo la riconoscenza della sua famiglia.
Clint Eastwood non smette mai di stupirci. Dopo averci narrato di Iwo Jima vista dai due fronti e di un'altra intrusione dello Stato nella vita degli individui (Changeling) ci immerge ora nel privato di un uomo che ha fatto dell'astio nei confronti dei diversi da sé (siano essi asiatici, neri o più semplicemente giovani) la sua ragione di vita. Si è murato vivo nella sua casa e la prima pietra dell'edificio è stata collocata a metà del secolo scorso quando ha conosciuto la violenza e la morte in Corea. Il suo personaggio si chiama (e lo ribadisce al fine di evitare appellativi troppo confidenziali) Kowalski.
Eastwood ha una cultura cinematografica così vasta da non poter aver scelto a caso questo cognome. Stanley Kowalski era il brutale protagonista di Un tram che si chiama desiderio da Tennessee Williams interpretato da un Marlon Brando al suo top. Anche Walt è brutale, in maniera così rozza che nessuno fa quasi più caso alle sue offese di stampo razzista. È come se, ormai anziano, il mondo attorno a lui gli facesse percepire la sua inutilità anche da quel punto di vista. Il suo andare sopra le righe ad ogni minima occasione lo apparenta con l'altrettanto anziana vicina di casa asiatica che sa solo inveire e lamentarsi sul portico di casa.
Saranno però i giovani 'diversi' (Thao e sua sorella Sue) ad aprire una breccia nelle sue difese. Hanno l'età dei detestati nipoti ma, a differenza di loro, hanno saputo conservare dei valori che l'Occidente non si è limitato a dimenticare ma ha addirittura rovesciato. Una parte della critica americana ha deriso il 'buonismo' di questo film e chi non lo ha attaccato si è spesso trincerato dietro la fredda analisi che vorrebbe trovare in Kowalski una sintesi dei personaggi interpretati nella sua lunga carriera dall'attore. Può anche essere ma Eastwood non è un regista che assembla ruoli per cinefilia compiaciuta o per autoesaltazione.
Walt è un personaggio sicuramente nella linea di quelli da lui già portati sullo schermo ma è molto più complesso di quanto non possa apparire a prima vista. Il suo rapporto con l'auto e con le armi (straordinario e determinante il segno di pollice e indice a indicare la pistola come nei giochi dei bambini) ma anche quello con l'unico essere umano che si potrebbe definire suo amico (il barbiere) sono solo alcuni degli elementi che, insieme all'insorgere della malattia, costituiscono il mosaico della personalità di un protagonista non facile da dimenticare.


Gianfranco Zappoli

Accadimenti







La versione di Seymour Hersh
Stando alla ricostruzione di Hersh, pubblicata sulla London Review of Books, innanzitutto non sarebbe vero che sia stata una missione esclusivamente americana quella che portò alla cattura e all'uccisione di Bin Laden da parte dei Navy Seals, i corpi speciali che nel maggio 2011 fecero irruzione nel compound di Abbottabad dove si nascondeva lo sceicco del terrore, scoperto - è la versione ufficiale - seguendo le tracce lasciate da un corriere di Bin Laden. Secondo Hersh, invece, dove si trovasse il capo di al Qaida era ben noto alle autorità pakistane in quanto erano proprio i servizi di Islamabad a tenerlo prigioniero, e fin dal 2006. Furono loro che 'concessero' una soffiata agli Stati Uniti, pagata 25 milioni di dollari. E allora Obama mentì quando disse al Paese che la missione era stata condotta dagli Stati Uniti e che le autorità pakistane ne furono informate soltanto a "cose fatte". Hersh va oltre e contesta la versione ufficiale anche sulla fine che ha fatto il corpo di Bin Laden: non affidato agli abissi del mare con una cerimonia rispettosa dei dettami islamici, ma racchiuso in sacchi poi lasciati precipitare tra le montagne dall'elicottero in volo verso Jalalabad.

Pensieri


Serie Tv







L’astronauta Molly Woods torna a casa dopo aver affrontato una lunga missione in solitario nello spazio a bordo della stazione Seraphim. Mentre cerca di riconnettersi al marito John e al “figlio” Ethan, un androide dall’intelligenza artificiale, Molly scopre qualcosa di inspiegabile e sconcertante: è incinta, nonostante sia sterile e nell’ultimo anno non abbia avuto rapporti sessuali. Ricorda però di uno strano incontro con un amico defunto durante la missione. Questa e le esperienze che ora affronterà sulla Terra finiranno col cambiare lei e la storia dell’umanità.Serie molto ben fatta ed originale con ottima sceneggiatura ed ottimi interpreti,Halle Berry in testa.

Poesie






Dono sacrificale


Nell’orgia stellare di luce crepuscolare
S’inietta negli occhi quel rosso sbavato
Come bacio di sangue nelle vene urlanti
Capricciose di peccato, rituale proibito

Danzo esaltata sotto la Luna dannata
Inseguendo la notte sotto piedi frementi
Bramo, corvino piacere che m’infetta
Viscerale battaglia, dissacrante melodia

Orfana di libidine mi denudo l’anima
Ondeggia il corpo, spoglio di ombre mordaci
Sinuosa seduco il signore delle tenebre
Miscredente creatura in schegge d’Inferno

Tra le tue fauci abbi misericordia
Mira al mio cuore divorami pura
Lacera la pelle infliggimi dolore
Convertimi lo spirito in perverso pudore.




Lia (caserta)

Canzoni


Libri







Washington. La trentottenne Susan Fletcher, brillantissima mente matematica e responsabile della divisione di crittologia dell'NSA (National Security Agency), viene convocata d'urgenza nell'ufficio del comandante Strathmore. Qualcuno ha realizzato un programma capace di "ingannare" il più sofisticato strumento informatico di spionaggio al mondo, un supercomputer che può decodificare qualunque testo cifrato a una velocità strabiliante. Pochissimi conoscono l'esistenza di questa macchina, ideata per contrastare le nuove minacce alla sicurezza nell'era di Internet e in grado di controllare la posta elettronica di chiunque. La stessa NSA, nata per proteggere le comunicazione del governo americano e intercettare quelle delle potenze straniere, opera in semiclandestinità, al di fuori del controllo pubblico. Susan non si stupisce quando viene a sapere che "Fortezza Digitale", così è stato battezzato il programma, è frutto delle ricerche di un genio dell'informatica: il giapponese Ensei Tankado, handicappato dalla nascita per gli effetti del disastro atomico di Hiroshima, che dopo essere stato chiamato negli Stati Uniti a lavorare per l'NSA ha sbattuto la porta in faccia ai suoi capi quando si è accorto che il supercomputer rischiava di trasformarsi in un nuovo Grande Fratello. I suoi intenti sono nobili, ma la sua decisione di boicottare l'operato dell'NSA, mettendo il programma in rete e permettendo a chiunque di scaricarlo, rischia di creare l'anarchia e di assicurare libertà d'azione a spie e criminali.Scritto magistralmente rivela in tempi non sospetti molti retroscena sull'Agenzia più segreta del mondo,la NSA,sa mescolare bene informazioni reali alla trama thriller tecnologica rivelando il talento di scrittore universalmente riconosciuto.

Libri








Dopo il sanguinoso attentato a una loggia massonica di Istanbul ritenuto opera di un gruppo di jihadisti, l’esercito turco decide di ricorrere a una soluzione d’emergenza.
È così che entra in gioco Toby Ashe, un agente dei servizi segreti britannici: a lui il compito di scoprire le ragioni del feroce attacco. In poco tempo Ashe si ritrova al centro di un pericoloso gioco che lo porta da Istanbul agli Stati Uniti, da Amburgo a un remoto villaggio del Kurdistan, sulle tracce di un fitto intrigo internazionale in cui sembra essere coinvolta anche la CIA. Quale azione della Massoneria può avere giustificato il grave attentato? Chi è il misterioso medico iracheno che passa informazioni top-secret agli americani? Che cosa ha a che fare tutto questo con la scomparsa del leader di una setta mistica curda? Tutto sembra ruotare intorno a un’oscura ricerca genetica, e alla creazione di un’arma letale che sono in tanti, segretamente, a contendersi…Thriller che ha il pregio di farci conoscere la cultura yazida,molto citata in questi tempi per via dell'Isis,ma ha l'enorme difetto di essere lunghissimo anche se ben scritto.

lunedì 11 maggio 2015

Canzoni



Poesie


Comicità


Cinema






Chris Kyle,texano che cavalca tori e non manca un bersaglio, ha deciso di mettere il suo dono al servizio degli Stati Uniti, fiaccati dagli attentati alle sedi diplomatiche in Kenia e in Tanzania. Arruolatosi nel 1999 nelle forze speciali dei Navy Seal, Kyle ha stoffa e determinazione per riuscire e ottenere l'abilitazione. Perché come gli diceva suo padre da bambino lui è nato 'pastore di gregge', votato alla tutela dei più deboli contro i lupi famelici. Operativo dal 2003, parte per l'Iraq e diventa in sei anni, 1000 giorni e quattro turni una leggenda a colpi di fucile. Un colpo, un uomo. Centosessanta uomini abbattuti (e certificati) dopo, Chris Kyle torna a casa, dalla moglie, dai bambini e dai reduci, a cui adesso guarda le spalle dai fantasmi della guerra del Golfo. Una dedizione che gli sarà fatale.
Come il proiettile di un tiratore scelto, "il sentimento dell'assurdità potrebbe colpire un uomo in faccia ad ogni angolo di strada", diceva Albert Camus e argomenta Clint Eastwood in American Sniper, preciso capolinea della guerra in Iraq e di una filmografia che dagli anni Novanta ha provato a mettere ordine nell'ambiguo mare di sensazioni suscitate da quell'evento o a funzionare qualche volta da supporto narrativo alla costruzione di una legittimità anche finzionale per il governo americano. Impossibile allora leggere American Sniper senza considerare il cinema che lo ha anticipato, addestrato e maturato, quello di David O. Russell (Three Kings), di Werner Herzog (Apocalisse nel deserto), di Sam Mendes (Jarhead), di Paul Haggis (Nella Valle di Elah), di Brian De Palma (Redacted), di Kathryn Bigelow (The Hurt Locker).
Girati prima e dopo l'undici settembre, frattura storica, categoria dell'immaginario e spartiacque per la produzione cinematografica, ciascuno di loro ha provato a capovolgere la visone ufficiale di una guerra che ha bruciato vite e petrolio, gettando fumo nero sugli occhi dei (tele)spettatori. Diario visivo di un Navy Seal coinvolto nell'orrore che si ritrova ad abitare, American Sniper sale sui tetti col suo cecchino e trova il punto di osservazione migliore per dire l'idiozia della guerra con le sue assurde regole e i suoi deliranti perimetri di orrore. Ma Eastwood fa qualcosa di più che denunciare, si prende il rischio di raccontare quell'incoerenza attraverso un personaggio che in quella guerra credeva davvero, che nel suo mestiere, quello delle armi, confidava. Armato di fucile e bibbia, il Seal di Bradley Cooper inchioda i cattivi al destino che meritano, guardando le spalle ai marines che casa per casa cercano il male o il delirio paranoico. Ma Chris Kyle non è un militare accecato dal testosterone, Chris Kyle è un uomo che sa bene, come racconta al figlio, che fermare un cuore che batte è una cosa grossa.
Appesantito dal peso dei colpi che mette a tiro e dalle scelte che compie il suo personaggio dietro al mirino, Bradley Cooper infila la bolla allucinatoria che la guerra soffia sui soldati e aderisce alla genuina ingenuità di un soldato che sognava un mondo perfetto. E il sentimento di pietà che il ranger di Un mondo perfetto riservava all'uomo in fuga di Kevin Costner, Eastwood adesso lo chiede allo spettatore, sollevando Kyle dal giudizio e confermando di essere sempre in grado di cogliere il bilico tra ombra e luce. La semplicità ideologica di Kyle e la sua immediatezza comunicativa non sono prive di complessità. Kyle è un adulto pronto ad affrontare ogni prova con forza e coerenza, supportato dal sentimento e da una fede incrollabile. Diversamente dall'artificiere della Bigelow, che disarma là dove Kyle arma, lo sniper di Eastwood è in grado di ritrovare l'intima misura, il ritmo che lo lega al mondo e alla coscienza di esistere. Kyle non è certo immune al disorientamento progressivo che genera l'azione bellica e l'investitura di eroe, nondimeno è capace di ammettere le proprie responsabilità, davanti a dio e allo psichiatra, rimettendo il debito di adrenalina e riallineando le cicatrici. Ma è proprio a casa, nella sua amata patria e davanti a un marine che voleva richiamare da una non vita, che si compie la beffa e si realizza l'assurdità della guerra, ridotta da Clint a esercizio di idiozia, vedi i soldati-ingegneri sacrificati al cecchino iracheno sul muro di gomma. Se Chris Kyle, quello vero, non fosse morto assassinato da un reduce impazzito lo scorso febbraio, con ogni probabilità American Sniper lo avrebbe girato un altro regista, ricettivo alla manifestazione dell'eroismo americano. Perché è proprio quel tragico epilogo a emergere tutto il nonsenso, ad affrancarlo dal particolare e a convincere l'autore americano a farne una storia universale.
A Clint non piacciono le chiacchiere ed è pronto a rinunciarci pur di far capire le cose visivamente, penetrando il nucleo stesso del reale con l'aiuto della sensibilità. Contro l'effimero senza malinconia, Clint Eastwood mette in scena la parabola di un reduce, che come tutti i reduci, non è ancora morto ma sta morendo, ucciso dal fuoco amico, ucciso dal proprio Paese. Fantasma che vagola, che non vive ma sopravvive, Gran Torino di cui non ci si fa nulla se non lasciarla in garage, senza uno spazio in cui muoverla, senza un futuro in cui accenderla. Solo un presente in cui ogni tanto scoprirla e lucidarla, blaterando di patriottismo e trascurando le conseguenze che la sciagurata fase della politica internazionale degli Stati Uniti ha sul suo stesso tessuto sociale.
Sobrio, lucido, senza contratture, American Sniper, basato sull'autobiografia di Chris Kyle, squaderna un Paese che seguita a duellare con la morte in nome della 'vita', un Paese che congeda con tre spari e col Silenzio un altro soldato, scomparso fuori campo e nascosto in un posto "tra il nulla e l'addio".


Marzia Gandolfi

Pensieri


Serie TV






I detective del Dipartimento della Polizia di Gotham City, guidati dal capitano Sarah Essen, il giovane James Gordon (detto Jim), e il suo nuovo partner Harvey Bullock, vengono ingaggiati per risolvere uno degli omicidi più sconvolgenti e di alto profilo a cui Gotham abbia mai assistito: l'assassinio di Thomas e Martha Wayne. Durante la sua indagine, Gordon incontrerà il figlio dei Wayne, Bruce, ora sotto la tutela del maggiordomo Alfred Pennyworth, che darà informazioni utili a Gordon per trovare il killer. Lungo il suo cammino da detective, Gordon dovrà confrontarsi con diversi boss della mafia (alcuni dei quali appartenenti alle storyboard originali, come Carmine Falcone e Sal Maroni, altri inventati per la serie come Fish Mooney o Butch Gilzean), e con quelli che saranno i futuri supercattivi dell'universo di Batman, tra i quali Selina Kyle (la futura Catwoman), Oswald Cobblepot (detto Pinguino), Edward Nigma, Ivy Pepper, Harvey Dent e Jonathan Crane coloro che, rispettivamente, diverranno l'Enigmista, Poison Ivy, Due Facce e lo Spaventapasseri.