sabato 7 gennaio 2012

Cinema



Detroit, quattro fratelli giurano vendetta per la morte della loro madre adottiva uccisa durante una rapina. Inizialmente sembra solamente un incidente violento, ma la teoria dell' esecuzione viene confermata momento dopo momento. I fratelli, uniti sotto la guida del non proprio "pulito" Bobby (Mark Wahlberg), vogliono farsi giustizia da soli.
John Singleton, fuori concorso a Venezia 62, torna a dirigere un film solido e ben recitato, in cui i dialoghi non sono mai banali e l'azione non è sovrautilizzata o gratuita. Il tema della famiglia e dell'unione (non di sangue perché i quattro sono stati tutti adottati) è sviluppato principalmente nella casa materna, che muta, soffre, viene ferita e rinasce come se fosse un essere umano. Qui i fratelli dimostrano la loro vera natura, che all'esterno appare violenta, ma che all'interno delle mura domestiche rivela legami reali e indistruttibili. Mark Wahlberg regge molto bene la parte del protagonista, con la giusta dose di sbruffoneria e responsabilità e conferisce a Four Brothers un'aura da street western, forse già visto, ma scorrevole e ben recitato.

mercoledì 4 gennaio 2012

Cinema


Tre ragazzi del sud (Domenico, Angelo e Salvatore) reagiscono alla pesante repressione borbonica dei moti del 1828 che ha coinvolto le loro famiglie affiliandosi alla Giovane Italia. Attraverso quattro episodi che li vedono a vario titolo coinvolti vengono ripercorse alcune vicende del processo che ha portato all'Unità d'Italia. A partire dall'arrivo nel circolo di Cristina Belgioioso a Parigi e al fallimento del tentativo di uccidere Carlo Alberto nonché all'insuccesso dei moti savoiardi del 1834. Questi eventi porteranno i tre a dividersi. Angelo e Domenico, di origine nobiliare, sceglieranno un percorso diverso da quello di Salvatore, popolano che verrà addirittura accusato da Angelo (ormai votato all'azione violenta ed esemplare) di essere un traditore della causa. Sarà con lo sguardo di Domenico che osserveremo gli esiti di quel processo storico che chiamiamo Risorgimento.
Assistendo al lungo film di Martone che ha l'andamento classico di quelli che un tempo si chiamavano sceneggiati televisivi (senza che in questa annotazione ci sia alcunché di riduttivo) si ha la sensazione di un deja vu. Perché il cinema italiano non scopre certo con Noi credevamo i lati oscuri e le contraddizioni del Risorgimento. Chi ricorda opere come Allonsanfan, Quanto è bello lu murire acciso o Bronte sa che in materia ci si è già espressi con opere di assoluto vigore. E' però vero che l'occasione del centocinquantenario dell'Unità d'Italia e il revisionismo storico dominante (che vede il Risorgimento come una sciagura per il Nord) quasi impongono una rivisitazione del tema che Martone mette in scena con accuratezza filologica (anche se restano misteriose alcune strutture in cemento armato) e con un'attenzione iconografica da sussidiario degli anni Sessanta (con un Mazzini già vecchio nel 1830 quando aveva venticinque anni). L'idea di seguire le vicende (in parte storiche e in parte frutto di immaginazione) dei tre protagonisti che accompagnano lo spettatore nella non semplice articolazione delle posizioni che vedevano contrapposti i fautori dell'unità può senz'altro essere efficace se distribuita televisivamente in due serate.
Lo è meno se si pensa a un'opera della durata di tre ore e mezza circa. Perché si finisce con il disperdersi nella pur acuta e documentata ricostruzione. Resta comunque viva, oltre alla consapevolezza di trovarsi dinanzi a un'opera non di occasione e sicuramente non celebrativa, la sensazione di una coazione a ripetere della politica italiana.
Oltre alla divisione in due fronti (all'epoca repubblicani e monarchici con tanto di trasmigrazioni da un fronte all'altro) emerge con assoluta chiarezza la quasi genetica incapacità a fare fronte comune, la spinta inarrestabile a dividersi a diffidare gli uni degli altri all'interno dello stesso schieramento. La lettura con uno sguardo che ha origine al sud ribalta poi le tesi leghiste senza essere nostalgica della dominazione borbonica ma non nascondendosi le problematiche lasciate irrisolte da una fase storica di cui il popolo, come spesso accade, ha finito con l'essere più spettatore o oggetto che non protagonista in grado di decidere del proprio futuro. Il Parlamento vuoto in cui un determinato e non conciliante Crispi pronuncia il suo discorso marca simbolicamente la morte di un'utopia.

Cinema


Nel 1607 alcune navi inglesi arrivarono sulle coste della Virginia. A bordo c'era il capitano John Smith, che ebbe l'incarico di esplorare la regione. Fu fatto prigioniero dalla tribù Powhatan. Pochahontas, figlia del capo gli salvò la vita e si innamorò di lui. Successivamente Smith tornò in patria, la principessa venne adottata dalla comunità inglese, si convertì al cristianesimo, sposò il colono John Rolfe, ebbe un figlio, venne condotta in Inghilterra, ricevuta a corta dal re Giacomo I, morì a ventidue anni durante il viaggio di ritorno nel nuovo mondo.
Il film racconta questa storia senza mai pronunciare "Pocahontas", ma attribuendo alla principessa il nome di Rebecca. Il regista Malick, quattro film in 33 anni (l'ultimo, del '97, La sottile linea rossa) porta tutte le sue attitudini estetiche: l'erba lunga nel vento, i mari e i fiumi, i passaggi di stormi fra le nuvole e una voce fuori campo perenne che fa da coro, pensiero, poesia, sentimento, e anche "metafisica". Malick sa usare la macchina. E la lentezza, una volta accettata, può essere uno strumento che si pone contro la frenesia generale del cinema contemporaneo. E lei, la principessa è una metafora straordinaria di progresso: capisce tutto, è umana e pulita, cambia le regole senza arrivare agli estremi, si integra con le nuove quando è arrivato il momento. In Inghilterra ritrova il grande amore, il tormentato Smith, il cuore sarebbe dalla sua parte, ma lei rimane da questa parte, dove c'è un marito affidabile e innamorato, e c'è un figlio.
E gli indiani, reali nella lingua e nel corpo, nudi a giocare sulla coste incantate d'America, trasferiscono il senso del paradiso perduto e contaminato. Non sarà mai più così. Sempre troppo maledetto&febbrile Smith-Farrell. Straordinaria la "principessa" Q'Orianka Kilcher, selvaggia creatura dei boschi e del mare, e "sorriso" più civile dei "civili" colonizzatori.Un film che,come tutti quelli di questo straordinario regista,incanta e fa riflettere,commuove e spiazza,cattura e respinge,fa innamorare o detestare,ma è inconfondibilmente "magia cinematografica".

Libri


Un'antica arte cinese di posizionamento degli oggetti e di suddivisione degli spazi della casa per il raggiungimento di quell'armonia corpo/mente che è alla base di tutta la cultura orientale.Questo libro spiega in poche parole le tecniche migliori per fare delle nostre case un luogo caldo e accogliente ed evitare disarmonie fastidiose.

Cinema


Jackie Brown è una hostess avvenente che contrabbanda denaro per Ordell Robbie, un traffichino d’armi dal grilletto facile. Ordell si accompagna a Louis Gara, uno stralunato ex galeotto, e a Melanie, una sballatissima bionda. Di ritorno dal Messico, Jackie viene fermata e arrestata da due agenti del reparto antifrode sulle tracce di Ordell. In cambio dell’immunità si decide a collaborare con la polizia. Dotata di grazia e sangue freddo la signora Brown raggirerà agenti e delinquenti, incassando il denaro di Ordell e seducendo un garante di cauzioni.
Tratto da "Rum Punch" di Elmore Leonard, Jackie Brown è il film più lineare di Quentin Tarantino, che omaggia la stagione cinematografica della blaxploitation e celebra la sua sexi icona nera, Pam Grier. È lei la Jackie del titolo, l’antesignana della sposa di Bill, la donna castrante decisa a eliminare il maschio che le ha fatto un torto, ed è sempre lei la regina di un genere cinematografico degli anni ’70 che sfruttava la cultura popolare nera ed era interpretato, realizzato e rivolto al pubblico afroamericano. In Jackie Brown la blaxploitation funziona come elemento postmoderno spogliato del significato etico, politico e sociale che muoveva gli eroi neri degli anni Settanta. Al contrario il film di Tarantino produce puro intrattenimento per “bianchi” esaltando i vizi del sottoproletariato nero, sottolineandone l’avidità e il narcisismo. Il gangster nero è ancora una volta Samuel L. Jackson, involuzione degli eroi della blaxploitation ma irresistibile negli abiti funky e multicolori del mercante d’armi che giustizia nemici e “fratelli” nei portabagagli di lucidissime Pontiac. Accanto a lui compare, per la prima volta misurato, il balordo scarcerato di Robert De Niro, che spara e uccide meccanicamente la “fattona” puttanella di Bridget Fonda. Sottovalutato film di Tarantino, Jackie Brown riavvolge il tempo generando nuove linee temporali, ri-sequenze che scorrono su una colonna sonora black lungo le strade urbane del crack.

Cinema


Bruce Wayne, giovane rampollo di un illuminato filantropo di Gotham City, vede i suoi genitori assassinati da un rapinatore. Incapace di liberarsi del senso di colpa, inizia un vagabondaggio che lo porta fin sulle vette dell'Himalaia, dove Ra's Al Ghul e il suo fido Ducard lo iniziano alla via del loro culto ninja. Wayne è deciso a servire la giustizia e tornato a Gotham, trova in Falcone, potente trafficante di droga, e in Crane, altrettanto corrotto psichiatra, i due più acerrimi nemici, dietro ai quali però pare celarsi qualcuno di ancor più potente. L'unico modo per combatterli è diventare un simbolo, che dia forza e speranza alla gente.
Per chi non l'avesse capito, questo simbolo si chiamerà Batman, l'uomo-pipistrello, terrore dei criminali nella metropoli della corruzione.
L'ambiguità psicologica di Wayne/Batman diventa finalmente il fulcro di un film a lui/loro dedicato: non poteva essere messo in mani migliori, visto che Nolan, nella sua pur breve carriera, ha dimostrato di avere una somma predilezione per i meandri più fangosi della mente umana.
Questo quinto capitolo della moderna traduzione in pellicola di uno tra gli eroi a fumetti più amati di sempre è di ottima fattura, ed è quasi tutto merito dello stesso regista: Nolan immerge la trama in un'atmosfera cupa ma non barocca; elude abilmente gli stereotipi pacchiani (in agguato ad ogni angolo nei film tratti da fumetti); tiene la tensione grazie a personaggi ben costruiti e non a colpi bassi da seconda lezione del corso di sceneggiatura. A onor del vero la prima parte è un po' farraginosa, ma il film lentamente carbura, fino a chiudere in grande stile con un colpo maestro che lo ricongiunge al primo capitolo diretto da Tim Burton. Un plauso a Nolan, dunque, soprattutto per aver ridato slancio e dignità ad una serie che Schumacher aveva ostinatamente tentato di macellare. Ottimi sia neeson che caine,mentre Bale ha sempre e solo un'espressione qualunque film faccia.

lunedì 2 gennaio 2012

Canzoni




Il soffio del gelido vento sul volto che infrange pensieri e visioni,la luce intensa dell'alba che ti abbraccia,il giorno che cammina implodendo rabbia e follia,e tu che stai a galla tra silenzi ghiacciati squarciati da estemporanei sorrisi....

Poesie


Creazione



Sono vivo e ho sorpreso nell'alba le stelle.
La compagna continua a dormire e non sa.
Dormon tutti, i compagni. La chiara giornata
mi sta innanzi più netta dei volti sommersi.

Passa un vecchio in distanza, che va a lavorare
o a godere il mattino. Non siamo diversi,
tutti e due respiriamo lo stesso chiarore
e fumiamo tranquilli a ingannare la fame.
Anche il corpo del vecchio dev'essere schietto
e vibrante - dovrebbe esser nudo davanti al mattino.

Stamattina la vita ci scorre sull'acqua
e nel sole: c'è intorno il fulgore dell'acqua
sempre giovane, i corpi di tutti saranno scoperti.
Ci sarà il grande sole e l'asprezza del largo
e la rude stanchezza che abbatte nel sole
e l'immobilità. Ci sarà la compagna
- un segreto di corpi. Ciascuno darà una sua voce.

Non c'è voce che rompe il silenzio dell'acqua
sotto l'alba. E nemmeno qualcosa trasale
sotto il cielo. C'è solo un tepore che scioglie le stelle.
Fa tremare sentire il mattino che vibra
tutto vergine, quasi nessuno di noi fosse sveglio.



Cesare Pavese

Canzoni





Quando la tua sana allegria ha saputo addolcire la tristezza....Un grazie che và al di là del tempo....

Cinema


Mamma Alba ha due figli maschi: Giorgio, il grande, professionista sul lavoro e con le donne, con una moglie a Roma e almeno un'amante a Milano, e Leonardino, il secondogenito, quello sensibile, depresso, che per una donna ha persino tentato il suicidio. L'arrivo di Sara rivoluziona la vita di Leonardo, portando in essa l'insperata felicità, ma anche quella di Giorgio, poiché Sara è una delle donne a cui lui ha mentito spudoratamente, fingendo persino l'esistenza di un figlio.Tra colpi di scena e inaspettate verità il film dispiega la sua trama senza troppi scossoni contando molto sulla prova dei tre attori protagonisti,Argentero,Gassman e Lodovini,ma a mio parere a venirne fuori meglio come prova attoriale resta il sempre puntuale Colangeli e la sempre brava Sandrelli.

Libri


Nel 1900 il giurista e storico delle dottrine politiche Gaetano Mosca (1858-1941) tenne delle conferenze a Torino e a Milano in tema di mafia, i cui contenuti poi furono pubblicati sul Giornale degli economisti.

A distanza di tanti anni l’editore Laterza ha voluto riproporre questi scritti, preceduti da un lungo intervento dei magistrati Gian Carlo Caselli e Antonio Ingroia che sintetizzano con molta efficacia le intuizioni e i limiti dell’analisi di Mosca.

Sicuramente il confronto tra l’attuale idea di mafia, più che mai presente con una strategia di “sommersione”, e quella di allora, non completamente rurale ma ancora lontana da quella globalizzazione che caratterizza i nostri giorni, ci fa balzare agli occhi aspetti anacronistici alimentati probabilmente dall’influenza del positivismo sulle scienze sociali e giuridiche.

Prendiamo ad esempio quanto scrive Mosca riguardo il siciliano che si trasferisce nel Nord Italia: soltanto per effetto dell’allontanamento da un ambiente condizionante questi si «spoglia subito di ogni spirito di mafia». Un’illusione che - a ragione - Caselli e Ingroia hanno definito “illuminista”, visto che l’evoluzione successiva di una mafia, sempre più in stretto contatto con la finanza ed imprenditori compiacenti, ha dimostrato la sua capacità di insediamento ed espansione anche in aree tradizionalmente estranee alla sua subcultura.

Al di là di alcuni aspetti raccontati da Mosca, che – ripeto - oggi potremmo pure definire obsoleti, legati sia alla cultura scientifica del tempo sia ad una mafia di inizio secolo maggiormente legata al territorio siciliano, le pagine del giurista palermitano per lo più rivelano un’inquietante attualità: ci riferiamo alla descrizione degli stretti rapporti tra mafia e politica e tra mafia e società, che, senza saperlo, il lettore potrebbe pensare si riferisca ai giorni nostri.

Mosca, fin dall’inizio della sua prolusione, prende spunto dal processo Palizzolo per l’omicidio Notarbartolo, che in quegli anni era in pieno svolgimento, appunto per analizzare il fenomeno criminale sia da lato strettamente culturale (e qui ne abbiamo visti i maggiori limiti), sia dal lato del profondo intreccio tra potere criminale e classi dirigenti del giovane Stato unitario.

La strategia della mafia dell’epoca, proprio a seguito della vicenda Palizzolo, ricorda quella attuale dell’inabissamento, resasi necessaria dopo la stagione stragista dei corleonesi: «ottenere il massimo prestigio ed il massimo guadagno illecito […] impiegando il minimo sforzo delittuoso ed affrontando il meno possibile le indagini e i rigori della giustizia». E - come aggiunge l’autore - una mafia che «ha bisogno di far dimenticare la propria esistenza».

Non ultimo aspetto che balza agli occhi è il riferimento al funzionario pubblico, all’investigatore votato all’antimafia ed alle «trame e alle calunnie che si ordiranno contro di lui a Roma».

Caselli e Ingroia, non fosse altro per ben noti motivi professionali, ne hanno colto benissimo il parallelo con «le campagne di delegittimazione, di denigrazione e talvolta, di vera e propria aggressione nei confronti della magistratura più impegnata sul fronte antimafia». Ricordando i veleni che investirono il pool di Falcone e Borsellino.

Mosca ci racconta un mondo che ancora ci appartiene, alle prese con un fenomeno criminale in parte adattatosi alla nuova realtà istituzionale ed internazionale, ma che, soprattutto nei rapporti con il potere politico e la società, continua a perpetuarsi con quelle caratteristiche raccontate fin dal 1900 in maniera così profetica.

Fotografia