Abscam era il vero nome di un'operazione dell'FBI che negli anni '70
incastrò alcuni membri del congresso con l'aiuto di una coppia di noti
truffatori.
Irving Rosenfeld che per anni aveva guadagnato promettendo a persone
disperate cifre grosse in cambio di cifre piccole senza mai
corrispondere nulla, fu incastrato assieme alla sua socia e compagna
Sydney Prosser e costretto dall'agente Richie DiMaso ad aiutare l'FBI
nell'organizzazione di una truffa ai danni di politici e mafiosi. Quello
che nessuno aveva calcolato era però la devastante presenza della vera
moglie di Irving, un ingestibile tornado di problemi.
La storia che David O. Russell trae dalla sceneggiatura di Eric Singer rifiuta subito qualsiasi realismo storico in stile
Argo
e si getta a capofitto nel tunnel del grottesco, prediligendo l'uso
sfarzesco ed esagerato di costumi d'epoca e parrucche (eccezionale
quella totalmente implausibile di Jeremy Renner) per conferire ai suoi
personaggi quell'aura di amabile vulnerabilità con cui è solito condirli
per avvicinarli al pubblico. Dunque è senza proibirsi nessuna delle sue
consuete ruffianerie che Russell ha realizzato forse il suo film più
convincente.
Su tutta la vicenda narrata aleggia l'ombra flebile di un conflitto tra i
più comuni al cinema, ovvero il rapporto che la finzione instaura con
la realtà (cosa implichi cioè per due individui l'essere uniti dal
proporsi a oltranza per quello che non sono), si basasse realmente su
questo però
American hustle non avrebbe speranze di generare
interesse, tanto è svogliata la trattazione dell'argomento. Nel
dipanarsi e intrecciarsi dei rapporti tra i quattro protagonisti è
infatti evidente che sono i piccoli momenti autentici in un mare di
bugie quel che David O. Russell ama filmare e quindi i più sinceri da
guardare.
Già
The Fighter e
Il lato positivo
mettevano dei personaggi animati dalle migliori intenzioni di fronte
agli ostacoli che le proprie debolezze e quelle delle persone che gli
sono più vicine pongono per il raggiungimento di una vittoria reale,
metafora di una più profonda e spirituale. Sia un incontro di boxe, una
gara di ballo o come in questo caso una serie di arresti di proporzioni
sempre più esagerate, il raggiungimento dello scopo finale nei film di
Russell è dimostrazione di qualcosa di più grande e sembra essere sempre
subordinato al confronto con la fragilità dei rapporti umani. Dividendo
in quattro personaggi (variamente tarpati nelle loro ambizioni,
condannati a fregarsi ma anche in grado di salvarsi vicendevolmente) le
istanze solitamente portate da una coppia, il regista trova finalmente
la chiave migliore concentrandosi sulla componente determinante del suo
cinema: la recitazione.
Tutti e quattro gli attori protagonisti, con cui Russell ha già lavorato
nei suoi film precedenti, forniscono una prestazione fuori dalle loro
rispettive medie. Nonostante espedienti grossolani e dalla mano pesante
come la serie di ellissi temporali che saltano eventi importanti della
storia per poi recuperarli con brevi flashback, ogni scena di
American hustle
è sostenuta con una credibilità e una sincerità sentimentale talmente
potenti da iniettare il dramma necessario nei momenti più divertenti e
l'ironia più commovente nei momenti drammatici.
Fin dal ruolo più piccolo ma fondamentale di Jennifer Lawrence a quello
del vero protagonista, ovvero l'Irving di Christian Bale, collettore di
ogni frustrazione e portatore dei conflitti più amari senza ricorrere ai
soliti eccessi dell'attore ma attraverso una misura commovente, ogni
sguardo sembra poter materializzare il sogno del cinema di mettere una
lente di ingrandimento su quelle sensazioni umane per le quali non
esistono parole.
Gabriele Niola