Visualizzazione post con etichetta Leggende. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Leggende. Mostra tutti i post

mercoledì 3 agosto 2011

Leggende


Secondo Nonno di Panopoli, Zeus aveva scelto Semele per dare una seconda nascita a Dioniso, affinché gli uomini potessero beneficiare del­la mistica bevanda, cioè del vino..Secondo certi racconti, Zeus offrì alla fanciulla una coppa dentro la quale era disciolto il sacro cuore di Dioniso e la fanciulla, bevendo questa pozione, era rimasta incinta del potente dio. Ella subito sentì crescere dentro di sé una forza immane, che la spingeva a correre lungo le pendici erbose del Citerone e le riempiva l’anima di qualcosa di indefinibile, di arcano. La potenza del figlio, che portava in grembo, si era impadronita di lei e le infondeva un sentimento “musicale”. Era una fiamma divina che si traduceva in musica e si risolveva nel ritmo di una danza frenetica, perfetta e terribile, leggiadra e travolgente. Era Dioniso che si manife­stava con la forza del “dithirambo”», era l’universo dionisiaco che si attuava tramite Semele, perché Semele era la prima delle baccanti.

Si racconta che Hera, sposa di Zeus nell’Olimpo, spinta dalla gelosia, abbia convinto la figlia di Cadmo, Semele, a chiedere a Zeus suo amante qualcosa che non avrebbe mai dovuto desiderare, a voler vedere ciò che a nessun essere mortale era concesso di vedere: Zeus al culmine del suo splendore divino.

E così a Semele accadde ciò che accade all’anima degli iniziati nel momento in cui ricevono la più alta delle iniziazioni: restò folgorata.Fu come se il fulmine di Zeus l’avesse investita, diventò cenere, ma dalle sue ceneri il re degli dèi raccolse il proprio figlio, Dioniso, e lo cucì all’interno della propria coscia.

Pausania racconta che un pilastro spezzato coperto di edera, all’in­terno di un temenos, testimonia l’evento. Quello sarebbe stato il posto nel quale sarebbe avvenuta la folgorazione di Semele, quello era il pun­to in cui si venerava “Dioniso Perikionios”, Dioniso circondato da colonne. A questa versione si attiene il primo inno omerico, nel quale si narra di come Zeus abbia generato il figlio sulla cima di una montagna sacra, situata oltre la Fenicia, nei pressi delle terre d’Egitto e del fiume Nilo. Il nome della montagna è Nysa, e questo nome lo troveremo in tutte le varianti dell’infanzia di Dioniso.


Apollodoro racconta che Dioniso, rinato nuovamente dalla coscia di Zeus, venne affidato da Hermes alle Nynfe di Nysa. In questa versio­ne Nysa non è più in Egitto ma si trova in Asia. In Diodoro non si parla della nascita dalla coscia di Zeus ma si dice che Hermes affidò il bambino alle cure delle Nynfe di Nysa, luogo questo che egli colloca tra la Fenicia e il Nilo. Nel ventesimo inno omerico, si narra che il fanciullo viene alle­vato in un antro odoroso, che si apre sulla valle di Nysa, e che a nutrirlo sono le Napee, cioè le Nynfe di quella valle profumata e selvosa. Per altri autori, Nysa è un isola lontana, posta nell’occidente estremo, un’i­sola che ha le rocce scintillanti color della porpora. E questo ci ricorda il sole purpureo che secondo Virgilio illumina i “Campi Elisi”. Così che questo nome “Nysa” viene a essere una costante, il che significa che è un elemento basilare della teologia dionisiaca. H. Jeanmaire ritie­ne che si tratti del femminile della parola indoeuropea “nysos”, il cui significato potrebbe essere tradotto con “sacro” o “divino”. Ad ogni modo il fanciullo, figlio del re degli dèi, pare non possa restare nella comune realtà umana. Egli deve essere collocato in un luogo speciale, aldilà di ogni frontiera conosciuta, in una dimensione sovrumana. Nella maggior parte dei racconti a condurcelo è Hermes, la guida delle anime, una delle poche divinità a cui è concesso scendere negli abissi dell’Ade.

sabato 30 luglio 2011

Leggende


Visitando i musei, capita di vedere raffigurato sopra vasi e sarcofa­gi un corteo di esseri fantastici che avanza al ritmo di una danza frenetica. Fanciulle eteree vestite di veli che volteggiano allegramente mentre percuotono timpani o stringono tra le mani lunghe bacchette avvolte in nastri svolazzanti, giovani aitanti dalle orecchie appuntite e piccole corna sulla fronte, esseri semicaprini che suonano la siringa e si muovo­no saltellando. Si tratta della rappresentazione di un universo che a noi appare remoto e sorprendente, arcano ed inquietante poiché nei personaggi che lo abitano e nei loro atteggiamenti si ravvisa qualcosa che è nello stesso tempo minaccioso e accattivante.Questo è l’universo di Dioniso, un dio enigmatico, che si presenta nelle sembianze di un efebo dai lunghi capelli inanellati, che gli scendono morbidamente fino alle spalle. Egli è il cuore di questo mondo arcano, che gli artisti e i poeti si sono sforzati di raffigurare e di cantare. Egli è un dio che appare tanto giovane poiché fra tutti gli dèi è forse il più vecchio, è un dio che nei canti orfici viene celebrato come l’ultimo re dell’universo poiché ne è stato il primo, e che a detta di Strabone è il più dolce degli dèi in quanto è il più terribile.


Tutta la dottrina dionisiaca poggia su due racconti sacri, che fanno capo al mito delle sue due nascite - la prima in cielo come Zagreo e la seconda come Dioniso in terra - e alle figure delle sue due madri, Persefone e Semele. Ma nonostante che i racconti siano due, due ma anche più i nomi e due le genitrici “Non c’è che un solo Dioniso!”, si trova scritto in un testo del III sec. d.C. nel Fayyum.

La più conosciuta e popolare delle storie ha per protagonista una giovane donna che si chiama Semele e le cui origini si fondono e si confondono con la sfera divina. In suo onore in Grecia vennero istituite feste triennali ed a lei furono consacrati templi e altari. Semele era figlia di Cadmo, il principe fenicio fondatore di Tebe. Egli è l’eroe che viaggia alla ricerca della terra promessa dall’Oracolo di Delfo, terra nella quale dovrà fondare una città straordinaria.

La Pizia gli aveva comandato di seguire una giovenca, che aveva su entrambi i fianchi l’immagine della luna piena. La giovenca si fermò in Boezia, e Cadmo, nel luogo dove l’animale si era fermato per riposare, fondò Tebe (“immagine del cielo e della terra” come racconta Nonno di Panopoli).

Cadmo nel suo viaggio aveva con sé una sposa di stirpe divina, a cui si era unito in matrimonio nell’isola di Samotracia, l’isola nella quale si celebravano i misteri dei Kabiri e dei Telchini. Questa sposa aveva un nome emblematico, un nome sul quale la natura della città da lui fondata pareva modellarsi: Armonia. Frutto di questa unione fu per l’appunto Semele, la vergine bellissima che, amata dal re degli dèi, concepì Dioniso.



Prima Parte

sabato 16 luglio 2011

Leggende


Dell'epoca in cui il mito era storia, si racconta che nella lontana città di Argo, regnasse il re Acriso, figlio di Abante e di Ocalea, assieme alla sua sposa Euridice (o Aganippe secondo altri) e alla loro figlia Danae.

La tragica storia di re Acriso ebbe inizio quando si recò a Delfi per consultare l'oracolo perchè, non riuscendo ad avere figli maschi, era preoccupato per la sorte del suo regno non sapendo a chi dover lasciare i suoi possedimenti. Il responso dell'oracolo fu travolgente in quanto gli predisse che non solo non avrebbe avuto figli maschi ma che un giorno sarebbe morto per mano di suo nipote, il futuro figlio di sua figlia Danae.
Il re, terrorizzato dalla profezia, fece rinchiudere la figlia in una torre dalle porte di bronzo sperando in questo modo che non fosse avvicinata da nessun uomo.

Ma Zeus che dall’alto dell’Olimpo seguiva le vicende dei mortali, impietosito dalla sorte toccata alla giovane fanciulla ed invaghitosi di lei, entrò nella sua cella sotto forma di pioggia di gocce d’oro e concepì con lei quello che un giorno sarebbe diventato uno dei più grandi uomini dell’antichità: Perseo .

Re Acriso, scoperta la gravidanza della figlia che fu costretta a confessare le origini divine del figlio, nonostante la paura e la grande rabbia, non ebbe il coraggio di ucciderla ma aspettò che il bambino nascesse, per rinchiudere entrambi in una cassa che abbandonò alla deriva in mezzo al mare. La loro sorte sarebbe stata sicuramente segnata se Zeus non avesse sospinto la cassa verso le rive dell’isola di Serifo, nelle Cicladi, dove il pescatore Ditti la trovò e una volta aperta, si accorse che la donna ed il bambino erano ancora vivi. Immediatamente li portò dal re Polidette, suo fratello, che li accolse nella sua reggia.

Passarono gli anni e Perseo, circondato dall’amore della madre, cresceva forte e valoroso. Danae, che la maturità aveva reso ancora più bella, era diventata oggetto dei desideri del re Polidette che cercava in tutti i modi di convincerla a sposarlo ma Danae, il cui unico pensiero era il figlio, non ricambiava il suo amore. Polidette allora cercò di averla con l'inganno: finse di voler sposare Ippodamia, figlia di Pelope e chiese ai suoi amici di fargli come dono nuziale un cavallo a testa. Perseo, che non possedeva e non poteva comprare un cavallo per donarlo al re, si scusò e disse imprudentemente che gli avrebbe procurato qualunque altro dono.



A quel punto Polidette, gli chiese di portargli la testa della Gorgona Medusa questo nella speranza che morisse nell'impresa in quanto mai nessun mortale era riuscito in una simile avventura ed in questo modo la madre, priva dell'unico conforto della sua vita, avrebbe ceduto e l'avrebbe sposato.

Narra la leggenda che Medusa una delle tre Gorgoni (Medusa, Euriale, Steno), l’unica alla quale il fato non avesse concesso l’immortalità, era un tempo tra le donne più belle. Invaghitasi di Poseidone, aveva fatto con lui l’amore nel tempio d'Atena. Quest'ultima profondamente irritata dall’affronto subito, aveva trasformato la fanciulla in un orribile mostro: le mani le aveva trasformate in pezzi di bronzo; aveva fatto comparire delle ali d’oro e ricoperto il corpo di scaglie; i denti erano diventati simili alle zanne di un cinghiale; i capelli erano stati trasformati in serpenti ed al suo sguardo aveva dato la capacità di trasformare in pietra chiunque la guardasse negli occhi.
Narra Ovidio nelle Metamorfosi (IV, 799-801): "La figlia di Giove si voltò e si coprì con l'egida il casto volto, ma, perchè quell'oltraggio non restasse impunito, mutò in luride serpi i capelli della gorgone".

Mentre di lei scrisse Dante Alighieri nel IX canto dell’inferno (51-57): "Volgiti indietro, e tien lo viso chiuso: che se il Gorgon si mostra, e tu il vedessi, nulla sarebbe del tornar mai suso".

L’impresa che stava per affrontare non era facile e sicuramente non sarebbe riuscito a superarla se Atena ed Ermes non fossero accorsi in suo aiuto. La prima gli donò uno scudo lucente e ben levigato, attraverso il quale guardare riflessa la Gorgona ed evitare così di essere pietrificato dallo sguardo; il secondo una spada con cui decapitarla in quanto le sue squame erano più dure del ferro.

Tali armi non erano però ancora sufficienti per riuscire nell’impresa, così i due dei gli suggerirono di farsi donare dalle Ninfe i calzari alati per volare veloce nel regno di Medusa, l’elmo di Ade che rendeva invisibile chi lo portasse ed una sacca magica nella quale riporre la testa di Medusa, una volta tagliata in quanto i suoi poteri non sarebbero venuti meno con la morte ed i suoi occhi sarebbero stati ancora in grado di pietrificare.

Riuscire a trovare la dimora delle Ninfe non era semplice in quanto nè Ermes nè Atena ne erano a conoscenza e pertanto suggerirono a Perseo di recarsi presso le tre Graie per estorcergli con una stratagemma la preziosa informazione.
Erano queste sorelle delle Gorgoni e non avevano mai conosciuto la giovinezza in quanto nate vecchie. Avevano il corpo di cigno e possedevano insieme un solo dente ed un unico occhio che si scambiavano vicendevolmente per mangiare e vedere. Perseo, arrivato nella loro dimora, si nascose e attese che una di loro si togliesse l’occhio dalla fronte per passarlo ad una sorella e glielo rubò, rifiutandosi di restituirlo se prima non gli avessero indicato la via per arrivare al regno delle Ninfe. All’intimazione le tre sorelle, terrorizzate dall’idea di restare cieche obbedirono, e così Perseo poté raggiungere le Ninfe che gli donarono la bisaccia, i calzari alati e l’elmo di Ade.



Così equipaggiato volò nell'isola dove dimoravano le tre Gorgoni (Steno, Euriale e Medusa) che trovò addormentate. Forte dei consigli di Ermes e d’Atena si avvicinò a Medusa, nel paesaggio desolato di uomini e animali che il suo sguardo aveva pietrificato, camminando all’indietro e guardandola riflessa nello scudo lucente. Non appena le fu vicino vibrò il colpo mortale che tagliò di netto la testa mentre i serpenti tentavano in tutti i modi di avvolgerlo nelle loro spire.
Presa la testa la ripose immediatamente nella bisaccia mentre dal sangue che sgorgava copioso nacque Pegaso il magico cavallo alato che divenne il suo fedele compagno.

Le sorelle della vittima cercarono in tutti i modi di inseguirlo ma grazie all’elmo di Ade che lo rendeva invisibile e al magico Pegaso, riuscì a sfuggire, volando via veloce come il pensiero da quell’isola tetra e nefasta.

Disse Ovidio di Pegaso: "Fu terra il ciel e furono piedi le ali".

Approdò per riposare nella regione dell’Esperia, dove regnava il titano Atlante. Era questo molto sospettoso e diffidente nei confronti degli estranei in conseguenza di una profezia secondo la quale il suo regno sarebbe stato distrutto da uno dei figli di Zeus. Inavvertitamente Perseo (che non sapeva della profezia) gli rivelò la sua origine divina e all’apprenderla, Atlante cercò di ucciderlo. Il giovane, sorpreso dalla sua reazione fu costretto a difendersi in una lotta impari contro il Titano fino a che, aperta la bisaccia dove teneva la testa di Medusa, pose fine al combattimento in quanto Atlante iniziò a pietrificarsi trasformandosi in un’alta montagna.

Racconta Ovidio nelle Metamorfosi (IV 650-662): "Gli mostrò l’orribile testa della Gorgone. Altlante si mutò quasi all’istante in un’alta montagna: boschi diventarono la sua barba e le sue chiome, cime le spalle e le braccia; quello che prima era la testa, divenne la vetta del monte; rocce divennero le ossa; cresciuto in tutte le sue parti, si ingigantì in una immensa mole …."

Narra pertanto la leggenda che da Atlante prese origine il sistema montuoso omonimo e poiché era molto alto, si affermò che Atlante reggesse sulle sue spalle la volta celeste.

Perseo, ancora sorpreso da quanto era accaduto riprese il suo volo verso casa, percorrendo una terra arida e desolata, senza accorgersi che alcune gocce di sangue fuoriuscivano dalla bisaccia che conteneva la testa di Medusa che cadendo nel terreno davano origine a tanti serpenti velenosi i quali in seguito avrebbero popolato per sempre il deserto.
Volava ora Perseo sopra le terre degli Etiopi quando intravide una bellissima giovane fanciulla nuda incatenata ad uno scoglio. La fanciulla era Andromeda figlia del re d'Etiopia Cefeo e della sua sposa Cassiopea. La giovane donna scontava una colpa commessa dalla madre che stimolata dalla vanità si era dichiarata più bella delle Nereidi (ninfe del mare). Quest’ultime, capricciose e maligne, offese da tanta presunzione, avevano chiesto vendetta al loro protettore Poseidone che aveva inviato in quelle terre, dalle oscure profondità marine, un mostro che devastava tutto ciò in cui si imbatteva. Consultato l'oracolo di Ammone per sapere che cosa si potesse fare per placare l’ira delle dee, il responso fu che Cassiopea offrisse sua figlia Andromeda all’orribile creatura marina. Perseo, sdegnato da una simile sorte, si offrì di mutare il destino della fanciulla, combattendo il mostro e mettendo quindi fine alla maledizione in cambio della mano d'Andromeda. Il re Cefeo, accettò l’offerta e così Perseo, salito in groppa a Pegaso, si portò alle spalle del mostro calando dal cielo come un’ombra per tentare di trafiggerlo. Più volte era sul punto di essere sopraffatto fino a quando, aperta la sacca, prese la testa di Medusa che rivolta verso il mostro lo pietrificò all’istante.

Finita la lotta, mentre Perseo liberava Andromeda, delle Ninfe del mare incuriose, rubarono un po’ del sangue che fuoriusciva dalla testa di Medusa che a contatto dell’acqua marina si trasformava in coralli. Da quel momento i fondali marini furono deliziati dalla presenza di questi straordinari echinodermi.




Perseo, prima di lasciare il luogo della lotta innalzò tre altari uno ad Ermes, uno ad Atena ed uno a Zeus e dopo aver fatto ciò con Andromeda, il re Cefeo, Cassiopea e tutto il popolo che aveva assistito alla lotta, si incamminò verso la reggia dove si diede subito inizio al banchetto nuziale tra Perseo e Andromeda, in un clima di grande allegria. Ma le disavventure non erano ancora finite. Infatti, fece ingresso nella sala del banchetto Fineo, fratello del re Cefeo, promesso sposo d'Andromeda. Questi, reclamava Andromeda pur avendone perso il diritto nel momento in cui aveva lasciato che la stessa andasse in sacrificio al mostro. Nella sala nuziale si scatenò una cruenta lotta. Fineo, con l’aiuto di molti alleati iniziò a combattere contro Perseo che stava per essere sopraffatto dalla moltitudine dei nemici quando, aperta la sacca magica, mostrò la testa di Medusa che ancora una volta portò la morte ai suoi nemici, pietrificandoli uno dopo l'altro.

Stanco e sconfortato da tanti lutti che aveva arrecato, Perseo e Andromeda decisero di lasciare la terra degli Etiopi per ritornare a Serifo, dalla madre Danae dove arrivarono appena in tempo per salvarla dalla morte alla quale il re Polidette l’aveva condannata perché continuava a non ricambiare il suo amore. Il re, messo di fronte alla testa di Medusa, fu pietrificato all’istante.
Ora che Polidette era morto, madre e figlio potevano finalmente fare ritorno alla loro terra natale, Argo, per riconciliarsi con re Acriso, verso il quale gli anni avevano oramai cancellato il risentimento. Perseo, messo a capo della città di Serifo Ditti, riconsegnati i calzari e l’elmo alle Ninfe e la spada ad Ermes e dopo aver donato la testa di Medusa ad Atena che la poneva come trofeo in mezzo al suo petto (foto al lato), con la madre e Andromeda salpava alla volta di Argo mentre il magico Pegaso volava via verso l’Olimpo.

Re Acriso, padre di Danae, saputo dell’arrivo del nipote e di sua figlia, per paura dell’antica profezia fuggì via dal suo regno e riparò a Larissa in Tessaglia.

Sembrava che finalmente il triste destino di Perseo di portare morte e distruzione fosse finito ma così non era.

Oramai famoso in tutte le terre conosciute, fu invitato a partecipare in Tessaglia a Larissa a delle gare sportive e mentre lanciava il disco, la potenza impressa allo stesso fece si che questo andasse oltre gli spalti, per colpire uno sfortunato spettatore che altri non era che re Acriso che si era mischiato tra la folla. Scoperta la triste fine toccata al nonno al quale Perseo, nonostante tutto voleva bene, triste e sfiduciato fece rientro ad Argo ma non accettò di diventare re anche se gli spettava di diritto ma cambiò il suo trono con quello di Tirinto che apparteneva al cugino Megapente che fu lieto dello scambio in quanto molto più vantaggioso per lui.

Negli anni che seguirono Perseo regnò in pace e con saggezza fino alla fine dei suoi giorni, fondando tra l’altro il regno di Micene così chiamato perchè un giorno potè dissetarsi presso un ruscello che era sgorgato miracolosamente da un fungo (mycos = fungo).

Perseo ed Andromeda ebbero molti figli tra cui i più famosi furono Alceo che ebbe come figlio Anfitrione la cui moglie Alcmena ebbe da Zeus, il mitico Eracle; Elettrione, Stenelo e Gorgofone.

Alla morte di Perseo, la dea Atena, per onorare la sua gloria, lo trasformò in una costellazione cui pose affianco la sua amata Andromeda e la madre Cassiopea la cui vanità aveva fatto si che i due giovani si incontrassero. Ancor oggi, alzando lo sguardo verso il cielo, possiamo ammirare le tre costellazioni a ricordo della loro vita e soprattutto del grande amore dei due giovani.

mercoledì 4 maggio 2011

Leggende


L'idea della liberazione dell'uomo dalle catene della sua esperienza limitata ed il raggiungimento della pura conoscenza della realtà è comune a molte culture; anche le scoperte e le invenzioni che rendono tale il mondo moderno possono essere viste come risultato del tentativo dell'uomo di superare i propri limiti per raggiungere ciò che è oltre la conoscenza del momento. La letteratura, la scultura, il cinema ed in generale tutte le arti sono ricche di storie di uomini che, sfidando l'ostilità dei contemporanei, si sono "liberati dalle catene" dell'opinione arrivando a conoscere la verità e sono poi tornati a riferirla, non sempre guadagnando rispetto ed ammirazione, agli ex compagni di prigionia. Inoltre, nel Novecento il mito della caverna è divenuta una metafora che simboleggia quanto i mass media influenzino e dominino l'opinione pubblica, interponendosi tra l'individuo e la notizia, manipolando quest'ultima secondo necessità.
Nel film Il conformista di Bernardo Bertolucci, ambientato durante il Ventennio, un vecchio professore si serve del mito della caverna per illustrare la condizione di accecamento morale e politico prodotta dal fascismo.
Nella trilogia Matrix, la razza umana è controllata e sfruttata dalle macchine, che fanno credere loro di vivere liberamente nel mondo del XX secolo, mentre in realtà la tengono imprigionata, coltivando uomini e donne per trarne l'energia necessaria alla loro sopravvivenza meccanica. La gente vive senza accorgersi minimamente della realtà perché vive collegata ad un sistema informatico, chiamato appunto Matrix dai dissidenti, che invia impulsi elettrici al cervello umano, convincendo gli uomini di vivere in un mondo che, in realtà, non esiste più da centinaia di anni. Spetterà al Prescelto, Neo, liberarsi dall'illusione biochimica e, con l'aiuto dei ribelli, ritornare nel sistema per tentare di liberare la razza umana dal controllo delle macchine. Sia il finale del primo film con il dialogo di Neo al telefono, sia il comportamento del personaggio di Cypher, lasciano tuttavia intendere che, anche messi di fronte alla realtà delle cose, non tutti gli uomini saranno disposti ad abbandonare la loro "prigionia", preferendo la tranquillità e la sicurezza della loro vita illusoria.
È simile il riferimento al mito in WALL-E, film di animazione in cui l'umanità è rinchiusa in un'astronave, incapace di deambulare, finché il capitano dell'astronave non si ribella al "pilota automatico" e riporta la nave verso Terra.
Nel film The Truman Show, il protagonista crede di vivere in una tranquilla cittadina americana; è abituato a considerare "reali" i suoi amici, il suo lavoro, il suo paese, la sua fidanzata. In realtà egli vive, fin dalla nascita, in un reality show televisivo di cui è l'unico inconsapevole protagonista e le persone con le quali ogni giorno comunica sono semplicemente delle comparse del programma.
Nel film Il tredicesimo piano, viene trovato morto un famoso programmatore di mondi virtuali, immense simulazioni di città del passato abitate da esseri virtuali con personalità umana. L'unico indizio sul delitto è stato lasciato all'interno di uno di questi mondi ed un collega della vittima dovrà entrarvi per recuperarlo, facendo attenzione a non rivelare alle entità in esso viventi la loro reale situazione: se, infatti, una di queste entità scoprisse la verità, le conseguenza sarebbero imprevedibili.
In Arancia Meccanica, il protagonista Alex è sottoposto alla "cura Ludovico"; legato con una camicia di forza ad una sedia, la testa fissata con lacci e gli occhi tenuti aperti forzosamente, è costretto a guardare per ore la proiezione di filmati estremamente violenti dagli scienziati che decidono per lui cosa è bene e cosa è male. Come incatenato nella caverna, può solo guardare sulla parete ombre proiettate dagli artefici/giganti.[1]
In Tutta la vita davanti c'è un richiamo diretto al mito della caverna. La protagonista Marta, laureata in filosofia, prima lo racconta alla piccola Lara e poi, venendo delusa da Giorgio, il sindacalista, gli dice che lo riteneva l'uomo che l'avrebbe salvata dalla caverna.
Nel libro La caverna Saramago rivisita il mito della caverna, e lo porta ai giorni nostri. È la storia di un vasaio cui viene rifiutata la solita fornitura di stoviglie da parte del Centro - una città-centro commerciale quasi infinita e maligna. L'artigiano si troverà cosí costretto a inventarsi un altro prodotto e, soprattutto, a confrontarsi con il Centro stesso.
Una tematica simile è sviluppata nell'anime di fantascienza Zegapain (ZEGAPAIN -ゼーガペイン-) in cui il progatonista scopre che il genere umano, così come credeva di conoscerlo, non esiste più e gli ultimi sopravvissuti sulla Terra vivono sotto forma di apparizioni virtuali in enormi elaboratori quantistici che simulano la vita di intere città (ognuna immagazzinata in un server) e ignorano la verità del mondo esterno. I nemici contro cui il protagonista e i suoi compagni combattono a bordo di grandi robot antropomorfi (mecha), nella speranza di una futura "resurrezione" o "risveglio", sono esseri umani evoluti capaci di rigenerarsi e privi di individualità ed emozioni, che tentano di adattare la Terra alle proprie necessità e di eliminare i resti della vecchia civiltà umana.

lunedì 2 maggio 2011

Leggende


Il mito della caverna di Platone è probabilmente il più conosciuto tra i suoi miti, o se si preferisce, allegorie o metafore. Il mito è raccontato all'inizio del libro settimo de La Repubblica (514 b – 520 a).


Si immaginino dei prigionieri che siano stati incatenati, fin dall'infanzia, nelle profondità di una caverna. Non solo le membra, ma anche testa e collo sono bloccati, in maniera che gli occhi dei malcapitati possano solo fissare il muro dinanzi a loro.

Si pensi, inoltre, che alle spalle dei prigionieri sia stato acceso un enorme fuoco e che, tra il fuoco ed i prigionieri, corra una strada rialzata. Lungo questa strada sia stato eretto un muricciolo, lungo il quale alcuni uomini portano forme di vari oggetti, animali, piante e persone. Le forme proietterebbero la propria ombra sul muro e questo attrarrebbe l'attenzione dei prigionieri. Se qualcuno degli uomini che trasportano queste forme parlasse, si formerebbe nella caverna un'eco che spingerebbe i prigionieri a pensare che questa voce provenga dalle ombre che vedono passare sul muro.

Mentre un personaggio esterno avrebbe un'idea completa della situazione, i prigionieri, non conoscendo cosa accada realmente alle proprie spalle e non avendo esperienza del mondo esterno (si ricordi che sono incatenati fin dall'infanzia), sarebbero portati ad interpretare le ombre "parlanti" come oggetti, animali, piante e persone reali.

Si supponga che un prigioniero venga liberato dalle catene e sia costretto a rimanere in piedi, con la faccia rivolta verso l'uscita della caverna: in primo luogo, i suoi occhi sarebbero abbagliati dalla luce del fuoco ed egli proverebbe dolore. Inoltre, le forme portate dagli uomini lungo il muretto gli sembrerebbero meno reali delle ombre alle quali è abituato; persino se gli fossero mostrati quegli oggetti e gli fosse indicata la fonte di luce, il prigioniero rimarrebbe comunque dubbioso e, soffrendo nel fissare il fuoco, preferirebbe volgersi verso le ombre.

Allo stesso modo, se il malcapitato fosse costretto ad uscire dalla caverna e venisse esposto alla diretta luce del sole, rimarrebbe accecato e non riuscirebbe a vedere alcunché. Il prigioniero si troverebbe sicuramente a disagio e s'irriterebbe per essere stato trascinato a viva forza in quel luogo.

Volendo abituarsi alla nuova situazione, il prigioniero riuscirebbe inizialmente a distinguere soltanto le ombre delle persone e le loro immagini riflesse nell'acqua; solo con il passare del tempo potrebbe sostenere la luce e guardare gli oggetti stessi. Successivamente, egli potrebbe, di notte, volgere lo sguardo al cielo, ammirando i corpi celesti con maggior facilità che di giorno. Infine, il prigioniero liberato sarebbe capace di vedere il sole stesso, invece che il suo riflesso nell'acqua, e capirebbe che: « è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e suoi compagni vedevano. »
(Platone, La Repubblica, libro VII, 516 c - d, trad.: Franco Sartori)


Resosi conto della situazione, egli vorrebbe senza dubbio tornare nella caverna e liberare i suoi compagni, essendo felice del cambiamento e provando per loro un senso di pietà: il problema, però, sarebbe proprio quello di convincere gli altri prigionieri ad essere liberati. Infatti, dovendo riabituare gli occhi all'ombra, dovrebbe passare del tempo prima che il prigioniero liberato possa vedere distintamente anche nel fondo della caverna; durante questo periodo, molto probabilmente egli sarebbe oggetto di riso da parte dei prigionieri, in quanto sarebbe tornato dall'ascesa con "gli occhi rovinati". Inoltre, questa sua temporanea inabilità influirebbe negativamente sulla sua opera di convincimento ed, anzi, potrebbe spingere gli altri prigionieri ad ucciderlo, se tentasse di liberarli e portarli verso la luce, in quanto, a loro dire, non varrebbe la pena di subire il dolore dell'accecamento e la fatica della salita per andare ad ammirare le cose da lui descritte.

Parlando semplicemente, Platone si riferisce alla scoperta della realtà delle cose che ci circondano: per fare questo, discute sulla natura stessa della realtà. Dopo aver raccontato il mito, però, Platone aggiunge che tutto il ragionamento dietro l'allegoria deve applicarsi a tutto quello di cui si è già discusso nel dialogo: serve, cioè, ad interpretare le pagine che descrivono la metafora del sole e la teoria della linea.

In particolare, Platone paragona il mondo conoscibile, cioè gli oggetti che osserviamo attorno a noi, ... « ...alla dimora della prigione, e la luce del fuoco che vi è dentro al potere del sole. Se poi tu consideri che l'ascesa e la contemplazione del mondo superiore equivalgono all'elevazione dell'anima al mondo intelligibile, non concluderai molto diversamente da me [...]. Nel mondo conoscibile, punto estremo e difficile a vedere è l'idea del bene; ma quando la si è veduta, la ragione ci porta a ritenerla per chiunque la causa di tutto ciò che è retto e bello, e nel mondo visibile essa genera la luce e il sovrano della luce, nell'intelligibile largisce essa stessa, da sovrana, verità e intelletto. »
(Platone, La Repubblica, libro VII, 517 b - c, trad.: Franco Sartori)


Il sole che brilla all'esterno della caverna rappresenta l'idea del bene e questo passaggio darebbe facilmente l'impressione che Platone la concepisse come una divinità creativa ed indipendente. Normalmente gli uomini sono tenuti prigionieri, costretti ad osservare delle semplici ombre di forme che non sono neanche dei veri oggetti; essi possono essere trovati soltanto "fuori della caverna", cioè nel mondo intelligibile delle forme conosciute dalla ragione e non dalla percezione.

Inoltre, dopo aver fatto ritorno dalla contemplazione del divino alle "cose umane", l'uomo-filosofo rischia di fare una "cattiva figura" se, « …prima ancora di avere rifatto l'abitudine a questa tenebra recente, viene costretto a contendere nei tribunali o in qualunque altra sede discutendo sulle ombre della giustizia o sulle copie che danno luogo a queste ombre, e a battersi sulla interpretazione che di questi problemi dà chi non ha mai veduto la giustizia in sé. »
(Platone, La Repubblica, libro VII, 517 d - e, trad.: Franco Sartori)


Chiaramente Platone si riferisce, tra le righe, al processo che Socrate dovette subire: tutto il mito, infatti, diviene una metafora della vita del filosofo ateniese, che riuscì a risalire la strada verso la verità, ma venne ucciso per aver tentato di portarla agli uomini, incatenati al mondo dell'opinione.

Una interpretazione ancora più semplicistica mette in parallelo questa allegoria con quella dell'illuminazione. Come prima cosa, l'uomo deve svegliarsi da quel sonno che viene chiamato "vita" (equivalente alla liberazione del prigioniero); in seguito egli si rende conto delle finzioni che l'uomo credeva entità reali (le ombre sulla parte della caverna); infine, egli giunge a vedere la verità per quella che è realmente (il sole ed il mondo all'esterno della caverna). L'istinto dell'uomo è quello di liberare gli altri prigionieri per condividere le sue scoperte, ma questo tentativo è inutile, in quanto i prigionieri non possono e non vogliono vedere oltre le rassicuranti ombre ed attaccano il portatore della verità.

Un'ulteriore interpretazione è stata fatta dagli idealisti. Nella filosofia di George Berkeley, infatti, viene espresso il concetto che gli uomini non conoscano direttamente ed immediatamente i veri oggetti del mondo: piuttosto, noi conosciamo soltanto l'effetto che la realtà esterna ha sulle nostre menti. In altre parole, quando osserviamo un oggetto, noi ne percepiamo solo una copia, una semplice rappresentazione mentale del "vero" oggetto della realtà esterna.

Ogni aspetto dell'allegoria ha il proprio significato: Platone era fortemente interessato alla politica ed alla sociologia, delle quali si discute, indirettamente, nel mito.

In primo luogo, Platone simboleggia con il sole la fonte della vera conoscenza. In seguito aggiunge che i prigionieri incatenati nella caverna rappresentano la maggior parte dell'umanità: il filosofo è l'uomo liberato, che tenta di portare i suoi compagni verso la conoscenza.

Il significato del mito è duplice: esso può essere letto, infatti, sia in chiave ontologica, sia gnoseologica.

La parte iniziale del mito riprende, infatti, la teoria della linea, già esposta da Platone nei libri precedenti al settimo: il mito della caverna diventa quindi la descrizione della faticosa salita dell'uomo verso la vera conoscenza. La seguente tabella riassume il parallelismo, evidenziando anche il rapporto dimensionale tra le varie parti del segmento.

mercoledì 3 novembre 2010

Leggende


Efesto


Figlio di Zeus e di Era. Secondo la tradizione era nato debole e fragile tanto che Omero ci dice che la madre lo gettò dall’Olimpo( Iliade 18.395). Trovò accoglienza presso le divinità marine Teti e Eurinome che lo tennero con loro nove anni, durante i quali abitò in una grotta fabbricando gioielli per loro.

Poi, tornò sull’Olimpo dove divenne il fabbro degli dei. Si narra che un giorno durante una lite tra la madre e Zeus egli prese le difese di quest’ultima e il padre lo scagliò per la seconda volta giù dall’Olimpo, questa volta andò ad atterrare sull’isola di Lemno dove venne accolto dagli abitanti.

Secondo alcuni scrittori fu allora che rimase zoppo, mentre per Omero questo avvenne nella prima caduta. In seguito tornò di nuovo sull’Olimpo. Nel suo palazzo aveva la fucina dove aveva forgiato le armi di Achille, lo scettro di Agamennone.

Nell’Odissea la sua sposa era Afrodite, che tuttavia gli fu infedele tradendolo con Ares. La tradizione vuole che Elio, il sole, rivelò ad Efesto il tradimento e che il dio colse in fragrante i due adulteri imprigionandoli in una rete invisibile, permettendo al marito di mostrarli agli altri dei.

Nell’iconografia viene presentato come un uomo barbuto, con il mantello e mentre lavora nella sua fucina.Virgilio nelle Georgiche e nell’Eneide affianca al dio l’aiuto dei ciclopi e li descrive nell’atto di fabbricare i fulmini di Zeus.

venerdì 10 settembre 2010

Leggende


Chiunque abbia avuto la fortuna e la gioia di vivere con un gatto può capire, quanto questo animale possa insegnare all’uomo le semplici regole per vivere in armonia con la natura e l’universo.
Curiosi, complessi, addomesticati ma selvaggi, riservati, premurosi, affettuosi e lunatici, ci appaiono misteriosi, eleganti, fieri della propria indipendenza e ispiratori di opere e stile di vita.
Non c’è che dire… i gatti sono sicuramente creature superiori, meravigliose, ultraterrene… i gatti insegnano all’uomo il rispetto e l’amore.
E’ interessante conoscere le numerose leggende che da sempre fioriscono intorno alla figura del gatto.
Riteniamo interessante e curioso raccontarne alcune, per rendervi partecipi di quanto la storia dell’uomo e la storia del gatto siano sempre state parallele e intersecanti nello stesso tempo.

L’Irlanda è una vera e propria miniera di miti e leggende sui gatti. I gatti celtici del mito irlandese sono semplici miniature del demone che avanza, venuti a distruggere il mondo umano ed ad oscurare la marea con il sangue del sacrificio.
C’era un tempo in cui i gatti erano venerati in Europa, prima della caccia alle streghe del Medioevo.
Il gatto nero, portatore di magia era rappresentante delle tenebre; ma grazie alla pelliccia che poteva anche assumere il bagliore luminoso del chiaro di luna poteva contare su una duplice identità. Inoltre il nero era un sottoprodotto del fuoco, che per gli antichi era una realtà positiva. Tutti questi aspetti erano, e sono ancora oggi, presenti nel gatto nero e sulle leggende che ne derivano. Nell’antico Egitto era venerata una divinità femminile chiamata Bastet, avente corpo di donna e testa di gatto, simbolo della vita, della fecondità e della maturità. In India invece troviamo la dea Sasti, un divinità felina simbolo di fertilità e maternità.
Nell’antico Egitto il gatto era ritenuto animale sacro e divino, infatti, allal loro morte venivano imbalsamati e sepolti con ogni onore. Attraverso l ‘Egitto il gatto giunse nei paesi arabi dove però l’animale eletto ira il cavallo, ben presto però anche il nostro amico felino venne preso in simpatia e la sua fama ben presto eguagliò quella del cavallo.

Si narra che il Birmano discenda da un’antica popolazione di gatti sacri ospitati in un tempio Khmer di Myanmar. Durante un assalto al medesimo tempio, il gran sacerdote venne mortalmente ferito ed il suo fedele gatto Birmano si accucciò sopra di lui rivolgendo lo sguardo alla divinità del tempio stesso, mentre ciò accadeva, il suo mantello divenne dorato e gli occhi blu, quando si voltò verso la porta del tempio le sue zampe si tinsero di marrone ad eccezione delle zampe posteriori ancora appoggiate sul padrone morente le quali rimasero bianche candide. Guidati dallo sguardo del gatto ancora rivolto alle porte del tempio, i monaci si precipitarono a chiuderle, salvandosi così dal saccheggio e dalla distruzione.

Il gatto non abbandonò il suo padrone, e morì sette giorni dopo di lui; quando i monaci si riunirono per eleggere il nuovo successore dle sacerdote videro accorrere tutti i gatti del tempio trasformati nelle sembianze di Sinh, il gatto Birmano del sacerdote defunto.
Da ciò deriva il nome della razza, GATTO SACRO DI BIRMANIA.

Altre leggende possiamo raccontare, come quella di origine polacca, che narra di una gatta che, disperata per la fine che avrebbero fatto i propri cuccioli, gettati al fiume dal padrone, stava manifestando tutto il suo struggente dolore con pietosi e strazianti miagolii. I Salici, presenti sulla sponda del fiume, impietositi dalla scena atroce, tesero i loro rami verso il fiume per permettere ai gattini di aggrapparsi, così facendo li salvarono dalla triste fine.
Da allora, ogni primavera i non fioriscono ma, in ricordo di quanto accaduto, si ricoprono di una morbida infiorescenza lanuginosa e di colore bianco, simile al pelo dei gattini, tali infiorescenze vengono chiamate appunto “Gattini”.

Gli animali sentono, vedono, comunicano con altri sensi (l’ESP) come è stato dimostrato da una psicologa degli animali Beatrice Lydecker che ha dimostrato la sua capacità di comunicare con gli animare.
Forse gli animali fanno uno sforzo maggiore per comunicare con noi di quanto noi ne siamo consapevoli e la maggior parte dei loro messaggi non ricevono mai la nostra attenzione. Sembra, sempre secondo gli studi effettuati che gli animali non comunicano verbalmente ma attraverso l’ESP ovvero attraverso la visualizzazione del linguaggio. L’animale risponderà al comando datogli dal suo padrone umano, mentre ne riceve l’immagine, e cioè: per capire la parola seduto, non occorrerà dirgli seduto mentre lo si mette in quella posizione.

E comunque per concludere questa breve digressione storica e scientifica, è che i gatti sono curiosi e complessi, affettuosi ma indipendenti, addomesticati ma selvatici, riservati e premurosi. I felini sono così tante cose insieme!

Un gatto in casa è una gioia, una carezza nei momenti di sconforto, una giornaliera scoperta di un comportamento incomprensibile ed assurdo…. Un Gatto è un mistero….il tuo Gatto è il tuo mistero personale.

Chiunque abbia avuto la fortuna e la gioia di vivere con un gatto può capire quanto questo animale possa insegnare all'uomo le semplici regole per vivere in armonia con la natura e l'universo.
Curiosi, complessi, addomesticati ma selvaggi, riservati, premurosi, affettuosi e lunatici, ci appaiono misteriosi, eleganti, fieri della propria indipendenza e ispiratori di opere e stile di vita.
Non c’è che dire… i gatti sono sicuramente creature superiori, meravigliose, ultraterrene… i gatti insegnano all’uomo il rispetto e l’amore.

E’ interessante conoscere le numerose leggende che da sempre fioriscono intorno alla figura del gatto.
Riteniamo interessante e curioso raccontarne alcune, per rendervi partecipi di quanto la storia dell’uomo e la storia del gatto siano sempre state parallele e intersecanti nello stesso tempo.

L’Irlanda è una vera e propria miniera di miti e leggende sui gatti. I gatti celtici del mito irlandese sono semplici miniature del demone che avanza, venuti a distruggere il mondo umano ed ad oscurare la marea con il sangue del sacrificio.
C’era un tempo in cui i gatti erano venerati in Europa, prima della caccia alle streghe del Medioevo.
Il gatto nero, portatore di magia era rappresentante delle tenebre; ma grazie alla pelliccia che poteva anche assumere il bagliore luminoso del chiaro di luna poteva contare su una duplice identità. Inoltre il nero era un sottoprodotto del fuoco, che per gli antichi era una realtà positiva. Tutti questi aspetti erano, e sono ancora oggi, presenti nel gatto nero e sulle leggende che ne derivano. Nell’antico Egitto era venerata una divinità femminile chiamata Bastet, avente corpo di donna e testa di gatto, simbolo della vita, della fecondità e della maturità. In India invece troviamo la dea Sasti, un divinità felina simbolo di fertilità e maternità.
Nell’antico Egitto il gatto era ritenuto animale sacro e divino, infatti, allal loro morte venivano imbalsamati e sepolti con ogni onore. Attraverso l ‘Egitto il gatto giunse nei paesi arabi dove però l’animale eletto ira il cavallo, ben presto però anche il nostro amico felino venne preso in simpatia e la sua fama ben presto eguagliò quella del cavallo.

Si narra che il Birmano discenda da un’antica popolazione di gatti sacri ospitati in un tempio Khmer di Myanmar. Durante un assalto al medesimo tempio, il gran sacerdote venne mortalmente ferito ed il suo fedele gatto Birmano si accucciò sopra di lui rivolgendo lo sguardo alla divinità del tempio stesso, mentre ciò accadeva, il suo mantello divenne dorato e gli occhi blu, quando si voltò verso la porta del tempio le sue zampe si tinsero di marrone ad eccezione delle zampe posteriori ancora appoggiate sul padrone morente le quali rimasero bianche candide. Guidati dallo sguardo del gatto ancora rivolto alle porte del tempio, i monaci si precipitarono a chiuderle, salvandosi così dal saccheggio e dalla distruzione.

Il gatto non abbandonò il suo padrone, e morì sette giorni dopo di lui; quando i monaci si riunirono per eleggere il nuovo successore dle sacerdote videro accorrere tutti i gatti del tempio trasformati nelle sembianze di Sinh, il gatto Birmano del sacerdote defunto.
Da ciò deriva il nome della razza, GATTO SACRO DI BIRMANIA.

Altre leggende possiamo raccontare, come quella di origine polacca, che narra di una gatta che, disperata per la fine che avrebbero fatto i propri cuccioli, gettati al fiume dal padrone, stava manifestando tutto il suo struggente dolore con pietosi e strazianti miagolii. I Salici, presenti sulla sponda del fiume, impietositi dalla scena atroce, tesero i loro rami verso il fiume per permettere ai gattini di aggrapparsi, così facendo li salvarono dalla triste fine.
Da allora, ogni primavera i non fioriscono ma, in ricordo di quanto accaduto, si ricoprono di una morbida infiorescenza lanuginosa e di colore bianco, simile al pelo dei gattini, tali infiorescenze vengono chiamate appunto “Gattini”.

Gli animali sentono, vedono, comunicano con altri sensi (l’ESP) come è stato dimostrato da una psicologa degli animali Beatrice Lydecker che ha dimostrato la sua capacità di comunicare con gli animare.
Forse gli animali fanno uno sforzo maggiore per comunicare con noi di quanto noi ne siamo consapevoli e la maggior parte dei loro messaggi non ricevono mai la nostra attenzione. Sembra, sempre secondo gli studi effettuati che gli animali non comunicano verbalmente ma attraverso l’ESP ovvero attraverso la visualizzazione del linguaggio. L’animale risponderà al comando datogli dal suo padrone umano, mentre ne riceve l’immagine, e cioè: per capire la parola seduto, non occorrerà dirgli seduto mentre lo si mette in quella posizione.

E comunque per concludere questa breve digressione storica e scientifica, è che i gatti sono curiosi e complessi, affettuosi ma indipendenti, addomesticati ma selvatici, riservati e premurosi. I felini sono così tante cose insieme!

Un gatto in casa è una gioia, una carezza nei momenti di sconforto, una giornaliera scoperta di un comportamento incomprensibile ed assurdo…. Un Gatto è un mistero….il tuo Gatto è il tuo mistero personale.

venerdì 3 settembre 2010

Leggende


La leggenda della Luna Piena

In una calda notte di luglio di tanto tempo fa un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava a più non posso.

In cielo splendeva una sottile falce di luna che ogni tanto giocava a nascondersi dietro soffici trine di nuvole, o danzava tra esse, armoniosa e lieve.

Gli ululati del lupo erano lunghi, ripetuti, disperati. In breve arrivarono fino all’argentea regina della notte che, alquanto infastidita da tutto quel baccano, gli chiese:

- Cos’hai da urlare tanto? Perché non la smetti almeno per un po’?-

- Ho perso uno dei miei figli, il lupacchiotto più piccolo della mia cucciolata. Sono disperato… aiutami! - rispose il lupo.

La luna, allora, cominciò lentamente a gonfiarsi. E si gonfio, si gonfiò, si gonfiò, fino a diventare una grossa, luminosissima palla.

- Guarda se riesci ora a ritrovare il tuo lupacchiotto - disse, dolcemente partecipe, al lupo in pena.

Il piccolo fu trovato, tremante di freddo e di paura, sull’orlo di un precipizio. Con un gran balzo il padre afferrò il figlio, lo strinse forte forte a sé e, felice ed emozionato, ma non senza aver mille e mille volte ringraziato la luna. Poi sparì tra il folto della vegetazione.

Per premiare la bontà della luna, le fate dei boschi le fecero un bellissimo regalo: ogni trenta giorni può ridiventare tonda, grossa, luminosa, e i cuccioli del mondo intero, alzando nella notte gli occhi al cielo, possono ammirarla in tutto il suo splendore.

I lupi lo sanno… E ululano festosi alla luna piena.

giovedì 26 agosto 2010

Leggende




La leggenda greca narra la storia dell'amore tra Ippodamia figlia di Enomao,re di Pisa,donna di tale bellezza da spingere eserciti di pretendenti da tutta la Grecia per avere la sua mano,e Pelope,che,si narra,chiese l'aiuto degli Dei per vincere la tremenda sfida che il re proponeva a tutti i pretendenti la mano della figlia,e gli Dei per dimostrare il loro favore gli misero a disposizione un carro dorato con il quale Pelope si presentò pronto per affrontare la prova decisiva.La sfida consisteva in una corsa di cavalli con il pretendente che faceva da lepre ed il cavallo del re che seguiva tirando frecce e cercando di disarcionare il malcapitato di turno.Fino a Pelope nessuno aveva superato la prova ed ogni pretendente morto veniva decapitato e la sua testa ornava il giardino del palazzo del re come prova della sua invincibilità.Ma Ippodamia stanca di essere sempre segregata dal padre, e si narra,vittima di un incesto con lui,si mise d'accordo con lo scudiero del padre affinchè sabotasse il suo carro.Cosi quando iniziò la sfida con Pelope ecco che al carro del re si staccò una ruota e il re mori sul colpo mentre Pelope vinse la gara sposando Ippodamia e diventando re,dando al regno cinque figli e un periodo di pace e prosperità al suo regno.La notte della vittoria Ippodamia e Pelope furono uno davanti all'altra al chiarore della Luna davanti le enormi colonne del palazzo reale,si presero per mano e unirono i loro destini,come i loro corpi,per sempre.