domenica 11 settembre 2016
Serie Tv
A Las Vegas, Alex Kane, ex militare divenuto esperto di sicurezza, viene reclutato da una segreta organizzazione per diventare il suo player, il "giocatore". L'organizzazione, composta da persone facoltose, è dedita a un particolare gioco d'azzardo: scommettere se il giocatore sia in grado o meno di fermare i gravi crimini che la "casa" determina di volta in volta come eventi che abbiano un'alta probabilità di verificarsi.
Cinema
James Cleveland "Jesse" Owens parte per l'università, lasciando una figlia piccola, una ragazza ancora da sposare e una famiglia d'origine in precarie condizioni economiche. Sembra già una conquista, ma qualche mese dopo, grazie al coach dell'Ohio University, Larry Snyder, Jesse ottiene la convocazione per le Olimpiadi di Berlino. È il 1936 e la politica di epurazione razziale di Hitler divide il Comitato Olimpico Americano: partecipare o boicottare? La comunità afroamericana si pone lo stesso problema. Jesse sa una cosa: se andrà, non potrà permettersi di non vincere.
Il regista Stephen Hopkins non è nuovo alla biografia: quella di Peter Sellers aveva fatto infuriare chi la trovava esageratamente critica tanto quanto chi la giudicava non abbastanza mostruosa. Con Race, titolo dal doppio significato, sembra evitare il rischio in partenza, rinunciando alle sfumature e optando risolutamente per un ritratto eroico di Owens, dall'inizio alla fine, nello sport e nella vita.
D'altronde - sembra dire Hopkins - i conflitti esterni al personaggio sono tali e tanti che lo mantengono comunque e perennemente sotto pressione. E così è: la scelta di raccontare i giochi olimpici più controversi della storia porta con sé una quantità di materiale narrativo ingente, e il regista lo gestisce aspirando ad un modello di racconto classico, che in qualche momento gli riesce bene e in altri meno. La volontà di mantenersi politicamente corretto (per esempio conducendo il film sul binario parallelo del riscatto del coach bianco insieme al campione nero) riduce, però, il tasso di tensione, così come l'impressione che il battere ogni record non costi a Owens fatica alcuna, e l'immagine del suo reiterato primato, nello stadio bianco che doveva magnificare agli occhi del mondo il Terzo Reich, resta la sola a tentare di ristabilire un equilibrio.
La regia, più che altro, vive di rendita della forza della Storia, limitandosi a non fare danni quando si tratta di mettere in campo le interpretazioni di Goebbels e di Leni Reifensthal, qui sdoganata come artista super partes, ben voluta e finanziata dal Fuhrer ma interessata ad un altro fine assoluto, la riuscita del suo film. Del suo uso potenzialmente strumentale dell'atleta di Cleveland, così come della censura che gli Stati Uniti del Sud operarono sulla notizia dei miracoli berlinesi di Jesse Owens, il film non fa menzione. Race corre alla meta ma, dal punto di vista filmico, è una vittoria poco sudata: senza le sfumature, la foto-ricordo è piatta.
Marianna Cappi
Libri
A cinquant’anni di distanza rivive il mito dei Beatles a Genova.
Era il 1965. Nel corso della loro unica tournée italiana che toccò anche Milano e Roma, i leggendari Beatles tennero due memorabili concerti al Palasport di Genova, nello stesso giorno, sabato 26 giugno. Fu Paul McCartney a convincere il loro produttore a scegliere il capoluogo ligure “molto più simile a Liverpool di altre città italiane”. Più di 5000 spettatori al pomeriggio e oltre 15 mila la sera giunsero alla Fiera del mare per assistere allo storico evento. Il gruppo, destinato a diventare un fenomeno, non solo musicale, di dimensioni mondiali, era già famoso in Italia dove si era affermato con la vendita dei 45 giri, soprattutto con successi come Twist and Shout, She's A Woman e Baby's In Black. L’esibizione dei Beatles durò 35 minuti ma bastarono per lasciare un ricordo indelebile della loro prima e unica tournée italiana.
Cinema
Nick segue il fratello nel sogno di vivere in Colombia, sulla spiaggia, in un vero e proprio paradiso terrestre. Lì conosce Maria, di cui s'innamora perdutamente. Ci sono però alcuni problemi con due fratelli del posto, che non amano l'idea che dei canadesi vivano nel loro bosco. Nick ne parla una sera con l'amatissimo zio di Maria, un uomo dal carisma insuperabile, che riesce nella magia di occuparsi generosamente del suo paese come della sua famiglia. Il giorno dopo, i focali fratelli piantagrane vengono trovati appesi a testa in giù, carbonizzati. Perché lo zio di Maria è Pablo Escobar, e nessuno sfugge a Pablo Escobar. Per Nick, il sogno d'amore e libertà cede progressivamente il posto al peggiore degli incubi.
È sempre bello assistere alla nascita di qualcosa. Con Escobar: Paradise lost nasce un regista. Andre Di Stefano, attore italiano dalla carriera internazionale, dimostra con il primo film di possedere tutte le qualità del buon regista, compresa l'ambizione, quando è ben riposta come in questo caso. Si confronta con una materia complessa, potentemente schizofrenica, e con un altro regista, uno dei più grandi e dei più folli. Escobar, dio della povera gente e demonio incarnato, si curava moltissimo dell'immagine di sé che voleva restituire, sapeva confondere, illudere, e non sono poche le sequenze in cui Di Stefano lo mette dietro un obiettivo fotografico, a dirigere un matrimonio o una folla ("porta via Maria da qui" arriverà ad ordinare ad un certo punto a un suo scagnozzo, in un attimo di delirio, in un campo di calcio gremito di gente accalcata).
Benicio Del Toro, già Che Guevara, indossa un'altra icona latinoamericana, di segno diametralmente opposto. La forza della sua interpretazione è la stessa del suo personaggio e ha a che vedere con le sfumature profonde e insondabili dell'autoinganno. Quell'uomo che parlava con Dio prima di ordinare i più atroci massacri, che cantava struggenti canzoni d'amore alla moglie, leggeva le fiabe ai figli, ma non si fidava nemmeno dei collaboratori più stretti, s'ingannava lui stesso rispetto alle proprie azioni ("tutto quello che facciamo lo facciamo per la nostra famiglia") o covava un'anima più nera del nero? Senza che in alcun modo questo dubbio passi mai per una sfumatura di giustificazione, Del Toro ne fa la pasta della propria performance, ipnotizzante. Non regge il confronto, specie nei primi piani, Josh Hutcherson nei panni di Nick, ma tutto sommato non è un difetto che offende, tale è l'abisso tra i due personaggi prima ancora che tra gli attori.
La tragedia, che si fa strada per spire avvolgenti, sempre più soffocanti, ha i connotati concitati del thriller ma anche la vena ancestrale del rapporto di complicità e tradimento tra padre e figlio, perché Nick non è certo senza colpa, e la sua scusa, è la stessa del mostro: l'amore, la famiglia.
Marianna Cappi
Serie Tv
A palazzo Esperanza, la giovane Estelle scopre che suo nonno è ancora sulle tracce di una profezia di cui le raccontava quando era piccola. Tale profezia, opera del papa Giovanni XXII, svelerebbe il futuro del mondo fino all'anno 4400. Estelle, ormai adulta, non crede più all'esistenza della profezia, la cui scoperta dovrebbe avvenire, secondo la leggenda, ad opera di un membro della famiglia Esperanza nell'arco di un ciclo lunare, caratterizzato dalla manifestazione di alcuni segni. Ma un primo segno sembra manifestarsi quando, durante degli scavi archeologici ad Avignone, viene ritrovato un rosone luminoso nascosto da un muro. Estelle viene allontanata dal sito archeologico ma vi fa ritorno di notte, assieme a suo nonno e a David, un dipendente che disponendo dell'accesso li aiuta a entrare. Estelle e il nonno trovano il tesoro nascosto di papa Giovanni XXII con gli indizi per scoprire la profezia, ma il vecchio archeologo ha un malore per l'emozione. Viene portato in ospedale e, dopo essersi svegliato da un sonno profondo, subisce l'aggressione di un uomo proprio nel momento in cui Estelle, rimasta a vegliarlo durante la notte, si era allontanata. La ragazza, sentendo le urla, corre dal nonno, che fa appena in tempo a metterla in guardia da un'associazione segreta chiamata Fratelli di Giuda, e a confessarle che è lei la prescelta per scoprire la profezia e combattere la setta segreta. Altra vittima dei Fratelli di Giuda è un'amica di Estelle, uccisa perché scambiata per lei.
giovedì 1 settembre 2016
Serie Tv
Elliot Alderson è un giovane programmatore che di giorno lavora come ingegnere informato per la Allsafe Security e di notte vigila la rete come hacker. Affetto da un disturbo antisociale di personalità che gli impedisce di condurre una vita normale, Elliot si ritrova a un bivio quando il misterioso leader della Fsociety, un gruppo clandestino di hacker, lo recluta chiedendogli di distruggere dall'interno l'azienda che ha garantito di tutelare. Anche se trattenuto dalle sue convinzioni, Elliot fatica a resistere all'occasione di far crollare gli amministratori delegati delle multinazionali che crede stiano controllando (e rovinando) il mondo.
Cinema
All We are saying is Give Peace a Chance". Il mantra di John Lennon è stato uno degli inni rivoluzionari pacifisti con la più alta capacità di penetrazione nel mondo anglosassone e non. Il più 'politico' dei Beatles (che avrebbe scritto e musicato quell'evergreen che è Imagine) era all'epoca già entrato nella "fase Yoko Ono" che avrebbe poi portato alla dissoluzione del gruppo scatenando le ire dei fan e dando il via alle accuse nei confronti della compagna orientale del musicista.
Questo documentario, che vede l'attiva collaborazione della vedova e che pertanto non può metterla in cattiva luce, ha comunque il pregio di mostrare, attraverso molti documenti inediti e interviste a chi all'epoca era entrato in contatto con il musicista, un'altra faccia della medaglia. È quella di una pop star all'apice del successo che, grazie forse anche a un'infanzia e adolescenza travagliate, sente il bisogno di fare qualcosa per un mondo che sia più in pace con se stesso. Sono gli anni della guerra nel Vietnam e Lennon è pronto a manifestare il suo dissenso in tutte le forme possibili. A partire dal "bed in" ad Amsterdam in favore della pace con la stampa ammessa periodicamente attorno al talamo nuziale fino all'attivo sostegno delle campagne anti Nixon negli States. Ed è qui che ebbe inizio il tentativo da parte dell'FBI di Edgar Hoover (che riferiva direttamente alla Casa Bianca) di espellere l'artista dal territorio americano. Perché giustappunto l'artista stava diventando sempre più 'politico' e riusciva, con il concerto di una sola serata, a far rivedere una sentenza che condannava pesantemente per l'uso di marijuana un'attivista pacifista. Questo Lennon era stato presentato all'epoca in Europa più come uno stravagante performer che come un impegnato militante. Le testimonianze di Walter Cronkite, di Angela Davis, di Ron Kovic (ricordate Nato il 4 luglio?), di George McGovern e di numerosi altri illuminano ora questo aspetto sinora mai abbastanza messo in luce della sua personalità. I Beatles all'epoca apparivano come il gruppo 'perbene' da contrapporre ai dissacranti Rolling Stones. Ma chi può ricordare un altrettanto partecipe attivismo politico da parte di Mick Jagger? Documentari come questo, che provvedono a far rivedere criticamente certi giudizi aprioristici, sono i benvenuti.
Giancarlo Zappoli
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